VIAGGIO IN ITALIA - All'ombra dell'immaginario

Spazi della finzione nel perimetro oscuro di una narrazione che si fa mito ("Il dio della pioggia" di Angelo Amoroso d'Aragona), archetipo noir ("Untitled" di Andrea Lodovichetti), gioco gotico ("Deadline" di Massimo Coglitore) e test della messa in scena (i "provini d'autore" della serie "Giovani Talenti Italiani", firmati da Rubini, Soldini, Risi jr...

Sguardi possibili del cinema italiano, per un percorso che tiene insieme istanze diverse, raccogliendole nel perimetro oscuro di una narrazione che reinventa archetipi, tensioni narrative, pulsioni di genere e arcane derive...

Attinge ancora una volta alle sfere del mito Angelo Amoroso d'Aragona, filmmaker barese che seguiamo con grande interesse ormai da anni, artefice in passato di notevoli "Videomemorie" (la serie Il mare dentro), nate all'ombra di "postazioni" dello sguardo apprese a Ipotesicinema e maturate in proprio, ma anche di cortometraggi che ritrovavano orfiche risonanze nel paesaggio pugliese (Frammento orfico e Stesso desiderio). Lo scorso settembre Angelo Amoroso d'Aragona ha finalmente portato alla Mostra di Venezia (nel concorso "Corto Cortissimo") Il dio della pioggia, lavoro a lungo covato, ennesimo frammento di quella diversione della realtà nel segno del mito che da sempre caratterizza il suo sguardo: Napoli trovata in un oggi fuori dal tempo, la terra bruciata dal sole, il Vesuvio che campeggia come un antico dio sul destino degli uomini, il cielo soffocato dal calore che non trova respiro nella pioggia, i bambini che giocano come piccole divinità in un rurale olimpo; un uomo (Ninni Bruschetta) potente come un dio (o come un boss), guarda il cielo e aspetta che piova; una giovinetta che, attraverso la camicetta bagnata per scherzo da un ragazzino, offre il suo seno da piccola donna allo sguardo di un giovane centauro in cerca di un sacrificio... Nel mondo tracciato da Amoroso d'Aragona tutto si scontorna in un empireo che guarda la realtà con altri, arcaici segni negli occhi, come a ridisegnare i gesti e il destino ad essi legato in una ritualità che appare ignota a se stessa, ma non alle antiche risonanze di cui vibra. Il gioco innocente della seduzione, innescato dal bambino che rompe la giara portata in testa dalla giovinetta, rivelandone il seno non più così acerbo, si trasmette nella malia dei sensi che attrae la ninfetta sulla moto del giovane centauro, rapita in una corsa in moto verso il suo destino sacrificale: accettata dal boss, la ragazza viene portata in cima al Vesuvio per offrirsi spontaneamente alla sua bocca e restituire la pioggia alla terra...

Amoroso d'Aragona governa gli elementi del suo piccolo mito contemporaneo con una padronanza dei segni e dei significati che ha il merito di essere più istintiva che razionale, marcata da una pulsionale consapevolezza nata da un rapporto prolifico con la realtà e da un'innata capacità di visualizzare la stratificazione del mito nel tempo presente. La verticalità del rapporto ancestrale tra umano e divino viene offerta dall'autore alla continua tensione tra alto e basso che percorre il suo lavoro, salvo poi innestare i segni nell'onnivora circolarità del tempo che si ripete all'infinito, raffigurata nella superna voragine vesuviana e attuata nel reiterato girare in tondo dei personaggi (dai bambini che giocano all'inizio, alla corsa in moto del centauro) e nella struttura stessa della narrazione. Il dio della pioggia è un oggetto che rende concreto lo spazio dei segni in cui si disperde e definisce un mondo ancestrale e reale, come fosse un Lynch mediterraneo alle prese con la luce e con entità distanti.

Traccia invece un cerchio magico nella finzione più assoluta il nuovo lavoro di Andrea Lodovichetti, Untitled - Storie senza nome. Qui siamo calati nella note più profonda, astratti in un non-luogo incarnato in una stazione di servizio su un'autostrada e in un autogrill semideserto. Lodovichetti s'inventa un intreccio noir gonfiando l'archetipo del rendez-vous tra due sconosciuti per un passaggio di mano, sino a farne l'azione unica del suo cortometraggio: un uomo stretto nel suo cappotto attraversa la notte fredda in attesa di effettuare lo scambio nel luogo e nelle modalità stabilite, ma qualcosa non sembra funzionare e l'appuntamento fallisce, almeno sino a quando non scopriamo che in realtà un po' tutti - i personaggi come noi spettatori - siamo prigionieri della mitopoiesi in cui ci troviamo calati. Lodovichetti è bravo nel far fruttare la torsione narrativa imprevista su cui si basa il suo lavoro, offrendo un inatteso soggetto (inteso sia come plot che come io narrante) al gioco della messa in scena. Funzionale sotto il profilo espressivo e preciso nella gestione degli schemi visivi e narrativi, Untitled segnala l'autore marchigiano per la precisione del suo stile e per la capacità di inventarsi una soluzione narrativa inattesa.

Il siciliano Massimo Coglitore cerca invece il suo universo in una sacca gotica sospesa tra destino, attese di vita e rivelazioni di morte: Deadline (del 2002, ma riproposto nell'ultima raccolta dei Corti di Blockbuster) è un detour in bilico su una ghost story. Ne è protagonista una coppia di giovani coniugi che, a causa di un guasto all'auto occorso innel mezzo di un bosco, si ritrova ospite di un isolato albergo fuori dal tempo, in cui gli eventi e le figure assumono valenze inquietanti e premonitrici. Coglitore elabora il tema della magione maledetta lasciando slittare gli eventi e la sostanza della messa in scena nella sfera di un fantastico molto classico e codificato. L'esito è convincente grazie anche alla scelta di location e ritmi narrativi che reggono la credibilità e la tenuta del racconto.

Non è invece necessario il set agli otto registi italiani che si sono prestati all'operazione Giovani Talenti Italiani: si tratta di una serie di cortometraggi realizzati dalla Unione Italiana Casting per segnalare sedici giovani attori italiani poco noti e degni di attenzione. La struttura è quella del provino, dove è chiaramente il gioco recitativo ad avere la scena, ma le firme degli autori chiamati amichevolmente a collaborare attirano l'attenzione. Piace per esempio ritrovarsi d'accordo con se stessi nel considerare Marco Risi un regista sensibile e intelligente, come dimostra il suo frammento - La malattia della famiglia M, tratto da un testo di Fausto Paradivino - che interseca il chiacchiericcio fatico e nervoso di un fratello e una sorella; così come si trova con piacere Mariasole Tognazzi alla regia di Cuore non duole (scritto da Andrea Scaccia e Emiliano Di Marco), in bilico sulle insidie di un'insonnia che porta una giovane coppia a fare un test coi tappi per le orecchie, dicendosi verità d'amore e non-amore, e sentendo/non sentendo ciò che l'altro rivela... Bello anche l'episodio di Silvio Soldini (È come uccidere), che offre un'occasione all'amore tra un ragazzo e la fidanzata del suo migliore amico, mentre Sergio Rubini (Il regalo di Fred) s'impegna in un isterico addio tra una ragazza e il suo uomo, mettendo in gioco tutta la forza dinamica del suo cinema. Gabriele Muccino, Paolo Virzì, Lucio Pellegrini e Paolo Sorrentino sono gli altri autori chiamati a dirigere gli short.

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