CANNES 60 - "4 luni, 3 saptamini, si 2 zile", di Cristian Mungiu (Concorso)
Prima rivelazione del festival, in un'opera dura, che non concede niente, di invidiabile immediatezza realizzata da un cineasta rumeno al suo terzo film ambientato nella Romania del 1987 prima della caduta del comunismo. Lo stile nervoso richiama il cinema dei Dardenne in un dramma umano vibrante e girato con uno stile di invidiabile essenzialità

Nel finale del film, le due protagoniste stanno a tavola. Una di loro guarda in macchina. Stacco improvviso, quasi uno strappo prima dei titoli di coda. Si chiude in questa maniera improvvisa 4 luni, 3 saptamini, si 2 zile (letteralmente "4 mesi, 3 settimane, 2 giorni"), terzo lungometraggio del cineasta rumeno Cristian Mungiu che si era messo in luce proprio qui a Cannes nel 2002 con Occident, presentato alla "Quinzaine des réalisateurs".
Ambientato in Romania nel 1987, proprio prima della caduta del comunismo, la pellicola vede protagoniste Otilia, una studentessa universitaria che divide la stanza con un'altra compagna, Gabita, in un residence di Bucarest. Quest'ultima è rimasta incinta e decide di abortire. Otilia prenota così una stanza di un albergo e contatta un certo M. Bébé, per poter risolvere il problema. Il denaro però che l'uomo chiede non è sufficiente e le due ragazze devono fronteggiare il problema in altro modo.
La scelta dell'anno in cui si svolge la vicenda non è casuale. In Romania infatti nel 1966 venne approvata una legge che impediva l'aborto in Romania e venne tolta solo dopo la caduta del regime nel 1989. Chi la violava veniva arrestato. Il contesto storico costituisce però solo la cornice di un vibrante dramma umano, con la macchina da presa di Mungiu che segue i nervosi spostamenti di Otilia con la macchina a spalla, oppure 'opprime' volontariamente alcune situazioni con lunghi piani-sequenza dove i dialoghi e la stasi sembrano consumare i protagonisti. Mungiu intrappola le figure nel quadro come, per esempio, nella discussione tra le due ragazze e M.Bébé nella stanza d'albergo, nella bellissima scena della cena a casa del fidanzato con i parenti dove Mungiu materializza tutto il disagio e il malessere di Otilia. Mungiu non lavora tanto sull'atto (l'aborto) ma sulle conseguenze di ogni azione (Otilia che si va a lavare nuda in bagno) utilizzando colori saturi e spingendo all'estremo quell'impatto che rimanda all'opera dei Dardenne. Quello di Mungiu è un film duro, che non concede niente, ed è di invidiabile immediatezza. Una bella prima sorpresa del concorso, dove emerge anche la bravura della protagonista Anamaria Marinca nei panni di Otilia, attrice che vedremo prossimamente anche in Youth Without You, l'opera che segna il ritorno di Francis Ford Coppola dietro la macchina da presa dopo 10 anni.
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