CANNES 60 - "Le voyage du ballon rouge", di Hou Hsiao Hsien (Un Certain Regard)

Primo di una serie commissionata dal Museo d'Orsay il film di Hou Hsiao Hsien - ispirato a "Le ballon rouge" di Albert Lamorisse- è poesia, danza, leggerezza, fili invisibili che reggono marionette. Affascinato dagli aspetti più nascosti di Parigi il suo cinema sconvolge stavolta solo a tratti il limite immobile dello schermo che abbraccia i suoi corpi

Le Voyage du ballon rouge è la danza animata di anidride carbonica che gira per la città di Parigi. Simon, bambino di sette anni, vorrebbe che quel pallone rosso non volasse sempre via, non fosse così distante, non si nascondesse come impaurito da qualcosa o da qualcuno: vorrebbe che si fermasse per un pò. Suzanne, sua madre è una marionettista e sta preparando il suo nuovo spettacolo. Intanto è separata da suo marito ed è talmente assorbita dal suo lavoro, tanto da assumere una giovane ragazza cinese, studente di cinema, Song Fang, che possa occuparsi del figlio.  Hou Hsiao Hsien trae ispirazione da un film del 1956 di Albert Lamorisse, Le ballon rouge e gira soprattutto affascinato dagli aspetti piu' nascosti, come l'incontro nei giardini, il volersi chiudere in un appartamento e scegliere sempre lo stesso punto di vista, come il flipper, le marionette. Il film è il primo di una serie commissionata dal presidente del Museo d'Orsay, Serge Lemoine, in occasione dei venti anni dello stesso museo. Poesia, danza, leggerezza, fili invisibili che reggono marionette, così HHH mostra ancora una volta di essere tra i più grandi registi contemporanei dell'estremo oriente, capace di viaggiare negli spazi e nei tempi cinematografici delle origini, dei classici e del moderno. È una macchina del tempo dal moto circolare che si muove nel suo interno e proprio per questo non può essere di questa terra, imperfetta e corruttibile. In alcuni capolavori, come Millennium Mambo o Goodbye South, Goodbye (a Cannes nel 1996, nella sezione ufficiale) - e purtroppo non completamente in questo film passato nella sezione "Un certain regard", - risulta espressione di una necessità del regista ricercare un linguaggio che coniughi  il proprio legame con le sue origini cinesi al suo essere "taiwanese" e quindi del sud. Il suo cinema sconvolge stavolta solo a tratti il limite immobile dello schermo che abbraccia i suoi corpi: dove non c'è corpo non mancherebbe lo spazio che nega l'assenza del vuoto e sublimerebbe l'essenza del tempo come misura del movimento secondo il prima e il poi. Oltre l'unico modo esistente: forse non è poveramente geometrico, così da essere eterno e non finitamente rettilineo. Il viaggio di quel piccolo mondo rosso, non sconvolge il suo inizio che coincide semplicemente con l'arrivo. L'apparente distacco del regista dalle vicende umane dei suoi protagonisti si affievolisce, ma proprio quella strana sensazione di lontananza non era altro che sofferenza a partecipare, stentato coinvolgimento alla vicenda che lo attanagliava personalmente. Tutto ciò e' nella lentezza del girato che sconvolge la tautologia dell'immaginario metropolitano, tutto ciò è nella "figurativa" del contemporaneo, come presente sospeso nel tempo, come un altrove "senza tempo". Tutto ciò però riguarda stavolta una Parigi che non è la Tokyo di Café Lumière o Taipei di Three Times.

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