CANNES 60 - "Ignanie (The Banishment)", di Andreï Zviaguintsev (Concorso)

Da un racconto di William Saroyan il cineasta russo realizza un film sull'immutabilità della natura, dal taglio più pittorico che cinematografico, dove però il dolore e le pulsioni intermittenti dei protagonisti restano fuori-campo. Zviaguintsev, per piacere, si compiace ma in definitiva la sua pellicola sembra già quella di un regista anziano

Aveva già lasciato delle perplessità l'opera del russo Andreï Zviaguintsev, che a sorpresa vinse il Leone d'oro nel 2003 con Il ritorno.Quella pellicola si caratterizzava per il forte impatto paesaggistico, ma palesava dei limiti a livello drammaturgico nel mostrare l'impatto e soprattutto le pulsioni intermittenti del rapporto di due fratelli con il padre. Con Ignanie (The Banishement) quei dubbi si sono ulteriormente alimentati. Zviaguintsev si sofferma ancora sugli spostamenti di un universo familiare. Se Il ritorno sceglieva però la strada del road-movie, questo secondo lungometraggio del cineasta russo circoscrive una sorta di traiettoria che diventa uno spazio di 'stabilità'. Un uomo, la moglie e due figli abbandonano una città industriale per trasferirsi in campagna. Lì la loro vita muta radicalmente e non solo a livello di abitudini. Un giorno la donna confessa al marito che è incinta e che il figlio non è suo. Da quel momento l'equilibrio familiare si spezza definitivamente. Rispetto al racconto The Laughing Matter di William Saroyan da cui il film è tratto Zviaguintsev, assieme agli sceneggiatori Oleg Negin e Artiom Melkumjan, ha apportato delle modifiche. Da una parte infatti ha reso più accessibile il linguaggio del protagonista Alex e di suo fratello Mark. Inoltre nel testo originario nessuno dei protagonisti resta in vita. Per il resto, come per Il ritorno, Zviaguintsev si affida alla fotografia di Mikhail Kritchman per creare degli spazi quasi abissali che tendono quasi a inghiottire i personaggi in cui i cromatismi immutabili del paesaggio della campagna contrastano in pieno con il grigiore della città industriale. In questa atmosfera però il dolore dei personaggi resta fuori-campo. Emerge piuttosto - anche se le intenzioni erano contrarie - la parola scritta che riporta in vita anche una tradizione letterale del cinema russo del secolo scorso. Zviaguintsev si vuole fare portavoce di un cinema ineluttabile (l'immodificabilità della natura e del destino degli uomini), che rintraccia i suoi modelli in Bergman e Tarkovskij ma che riproduce anche quel piatto calligrafismo del cinema di Mickalchov. La sensazione è però quella di un cineasta che, per piacere, si compiace e che vuole mostrare di avere molte più cose da dire di quelle che in realtà ha. La sua poi  è una visione più pittorica che cinematografica - evidente, oltre che nella rappresentazione della natura, anche nell'immagine dei bambini che stanno costruendo un mosaico - che non ha neanche l'umiltà di approcciarsi a delle forme documentaristiche che potevano essere presenti almeno nel modo di inquadrare gli spazi esterni. Con l'apparizione di Zviaguintsev si era parlato di rinascita del cinema russo. Eppure la sua pellicola sembra già quella di un regista anziano, cosa paradossale per un autore che ha appena realizzato il suo secondo film.

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