CANNES 60 - "La question humaine" di Nicolas Klotz (Quinzaine des réalisateurs)

La quotidiana disumanita' delle "Risorse Umane", uno dei massimi paradossi del nostro vivere contemporaneo, in un'opera in bilico tra un lucidissimo talento visivo e un ingombrante intellettualismo letterario

La quotidiana disumanità delle "Risorse Umane", uno dei massimi paradossi del nostro vivere contemporaneo, messa in scena da Nicolas Klotz (alla Quinzaine tre anni fa con l'ottimo La blessure) seguendo l'omonimo romanzo di François Emmanuel. Simon (la nuova giovane star transalpina Mathieu Amalric) lavora in un'asettica multinazionale, addetto alle Risorse Umane; oltre a dover dimezzare di punto in bianco il personale, si trova a dover indagare sulla presunta instabilità mentale del Direttore Generale, naturalmente per conto di uno dei quadri, che vuole fargli le scarpe. Nel corso delle indagini, emergono insospettabili oscurità (tra cui le ascendenze naziste dei vertici aziendali) - ma soprattutto Simon vedrà crollare le proprie certezze umane e professionali.

La question humaine prende di petto il conflitto tra le spigolosità dell'organizzazione (nella fattispecie, quella capitalista delle gerarchie aziendali) e quanto ne esce "per statuto", ovvero l'umano. E rimane pericolosamente in bilico tra un insistito intellettualismo letterario e un notevole talento per l'architettura dell'immagine. Klotz insomma riproduce con il suo stile il conflitto di fondo del film, rimanendo indeciso tra il proprio magistrale, vivissimo senso geometrico dell'inquadratura e la parola ultraletteraria, per non parlare dello spazio che si prendono le star coinvolte (Amalric, Michael Lonsdale, Kalfon...). E rimane un po' prigioniero di questo altalenare, anche se nel finale le cose si complicano:  con l'agnizione del protagonista anche il film sembra infatti volersi svellere da questa dicotomia asfissiante. Ma ci riesce solo in parte, e il monologo finale (da brivido) su schermo nero sembra piuttosto l'ammissione di una sconfitta, la resa di fronte a un vicolo cieco: non bastano mille speculazioni heideggerian-derridiane sulla tecnica e il linguaggio a liberare Simon dal sospetto che la sua cura estrema dell'"aspetto umano" non sia che funzionale alla disumanizzazione.

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