CANNES 60 - "Un homme perdu", di Danielle Arbid (Quinzaine des réalisateurs)
Il film libanese descrive una deriva esistenziale, politica, storica dove quello che resta, di un territorio mediorientale lacerato e stratificato e filma l'instabilità attraverso lunghe scene di sesso o desiderio e l'erranza di due uomini nelle loro fughe e soste, violenze e ossessioni, fra taxi, bar, locali notturni, hotel

Al cinema libanese il Festival di Cannes di quest'anno dedica ampio spazio. Con due film presenti alla Quinzaine des réalisateurs (Un homme perdu di Danielle Arbid e Caramel di Nadine Labaki) e con una delle giornate geografiche della sezione Tous les cinéma du monde (lunedì 21; le altre ospitano le cinematografie di India, Polonia, Africa, Colombia, Slovenia).
È stato il secondo lungometraggio di finzione di Danielle Arbid (trentasettenne regista, anche di documentari, nata in Libano e cresciuta in Francia, che esordì nel 2004 con Dans les champs de bataille, intenso e lieve ritratto di una famiglia a Beirut attraverso lo sguardo di due sorelle adolescenti) a portare sugli schermi di Cannes le prime immagini libanesi. Corsivo d'obbligo, perché Un homme perdu è un on the road con prologo a Beirut e nella Siria del Nord del 1985 e sviluppo narrativo e di set in Giordania, ad Amman, oggi, e con epilogo-ritorno nella capitale del Libano. Viaggio per seguire, pedinare i due uomini protagonisti, il libanese Fouad Saleh (Alexander Siddig, di origine sudanese e formazione inglese), in fuga dopo avere tentato di uccidere la moglie, e il fotografo francese Thomas Koré (Melvil Poupaud), che sta costruendo in suo intimo spaziotempo un itinerario di geografia sessuale incontrando e fotografando una serie di donne. Un homme perdu descrive infatti una deriva esistenziale, politica, storica dove quello che resta, di un territorio mediorientale lacerato e stratificato, sono i corpi e le loro pulsioni, corpi(senza)memoria, corpi(senza)frontiere, corpi dell'istante (come già aveva raccontato, con altro stile, molto più astratto e teorico, un altro film libanese, Le dernier homme di Ghassan Salhab). Titoli non casualmente simili: uomini ultimi o perduti. Arbid dice questa instabilità con lunghe scene di sesso o desiderio, filmando l'erranza di due uomini nelle loro fughe e soste, violenze e ossessioni, fra taxi, bar, locali notturni, hotel... Viaggio che non finisce, che svela senza curiosità il mistero relativo al passato di Fouad, che si rimette in cammino scrutando nella notte a velocità variabile, ralenti compresi, incontrando sfiorando captando altri visi e corpi della solitudine.
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