CANNES 60 - "No Country for Old Men", di Joel ed Ethan Coen (Concorso)

Tratto dal bel romanzo di McCarthy, la pellicola appare una commistione tra road-movie e thriller criminale. Non c'è più lo slancio passato delle loro opere migliori ma fortunatamente è scomparsa anche quell'atmosfera funerea in cui comunicavano, nei loro film più esibiti e presuntuosi, che il cinema era morto.

Le zone della frontiera. Si muove quindi lungo lungo la linea del confine No Country for Old Men, l'ultima fatica dei fratelli Coen che adattano il bel romanzo di Cormac McCarthy pubblicato nel 2003. In effetti la materia narrativa fornisce ai due cineasti e sceneggiatori statunitensi un'altra occasione per un ennesimo, personale, viaggio all'interno dei generi del cinema americano. Un giorno Llewelyn Moss (Josh Brolin) si ritrova vicino a una camionetta abbandonata circondata da cadaveri e si appropria di una borsa con 2 milioni di dollari che si trovava all'interno del veicolo. L'uomo però non sa che il suo gesto ha scatenato un meccanismo inarrestabile, di brutale violenza, che neanche il disincantato sceriffo Bill (Tommy Lee Jones) riuscirà a fermare. Moss si trova ormai in una condizione di fuga perenne soprattutto da una losca figura, un cervello del crimine (Javier Bardem) che decide la sorte delle sue vittime giocando a testa o croce con una monetina.

No Country for Old Men è ancora un film di viaggio che si muove su quella linea deformata di Arizona Junior e Il grande Lebowski. I fratelli Coen infatti, sospendendo la loro opera tra le forme del road-movie e del thriller criminale, si affidano come di consueto alla fotografia di Roger Deakins nel mettere in gioco il rapporto tra i protagonisti e lo spazio. Le montagne, le vallate, i motel, caratterizzati da un'illuminazione sospesa tra il marrone e il giallo sporco, rappresentano gli elementi distintivi, quasi riciclati, di un immaginario iconografico ormai consolidato. Rispetto a questi due film però il gioco diventa più scoperto. C'è da tempo nei due cineasti una sempre maggiore propensione alla deformazione, a una costruzione esibita delle forme dell'assurdo e del grottesco. Ciò è già evidente nella figura del personaggio del criminale, con Javier Bardem segnato dal make-up, ma anche nell'estremizzazione di uno sguardo che vuole volontariamente distorcere colori, distanze e prospettive. Chiaramente i Coen vogliono sempre dimostrare di divertirsi sia con i residui del proprio cinema sia con quelli del passato. E, per fortuna, con No Country for Old Men, non si giunge a quel 'cinema mussale e autoreferenziale' di Barton Fink, Mister Hula Hoop e L'uomo che non c'era anche se l'uso insistito della voce fuori-campo - simile ai personaggi propri del cinema noir che attraversano comunque sempre il cinema dei Coen - poteva far inizialmente pensare che anche quest'ultima pellicola stava rischiando di muoversi nella stessa direzione. Chiaramente l'opera dei due cineasti sembra aver smarrito quel dolente senso tragico - che poteva esplodere nel confronto tra l'omicida e la moglie di Moss (interpretata dall'attrice scozzese Kelly MacDonald) - di Crocevia per la morte e Fargo. Il film si orienta allora verso una direzione più dichiaratamente comica che ha i suoi momenti migliori nella scena del cane che insegue Moss nel fiume e nel momento in cui l'omicida e il fuggiasco sono separati dalla porta di una stanza d'albergo e quest'ultimo cerca di vedere se l'altro è presente dal fascio debole di luce che si intravede da sotto. Un cinema, quindi quello dei Coen, che replica all'infinito le sue forme anche in maniera monocorde. Senza lo slancio passato ma senza neanche quell'atmosfera funerea in cui comunicavano, nei loro film più esibiti e presuntuosi, che il cinema era morto. Stavolta, forse grazie anche al romanzo di McCarthy, qualcosa si ricomincia a muovere.

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