CANNES 60 - "Bikur Hatizmoret" (La visite de la fanfare), di Eran Kolirin (Un Certain Regard)

Esordio per il trentaquattrenne israeliano Eran Kolirin, che in sala ha ricevuto un'autentica ovazione. Fiaba dello straordinario nel quotidiano che ricorda il cinema di Hineer Saleem: sembra muoversi su dei confini che non esistono, in una "free zone" immaginaria, tra dramma esistenziale e farsa nella sublimazione della staticita'

Un giorno, non molto tempo fa, una piccola fanfara della polizia egiziana viene chiamata a suonare in Israele, per l'inaugurazione di un centro culturale arabo. Arrivata in aeroporto, l'orchestra non trova nessuno a prelevarla e ad accompagnarla a destinazione. Dopo alcuni momenti di smarrimento, i sette musicisti decidono di muoversi da soli e prendono un autobus per raggiungere il piccolo paese nel deserto, dove tra due giorni dovranno suonare. Naturalmente sbagliano arrivo e si ritrovano in un altro paese, ancora piu' lontano dal mondo. Nascono i primi scontri tra gli orchestrali e alla fine si decide di passare la notte nel paese sbagliato, grazie anche all'accoglienza concessa da alcuni abitanti del posto. Tra questi ultimi c'e' la proprietaria di un ristorante e due  amici, frequentatori del locale. Primo lungometraggio per il regista israeliano trentaquattrenne Eran Kolirin, che in sala ha ricevuto un'autentica ovazione. Fiaba dello straordinario nel quotidiano che ricorda soprattutto il cinema di Hineer Saleem, perche' sembra muoversi su dei confini che non esistono, in una "free zone" immaginaria, tra dramma esistenziale e farsa nella sublimazione della staticita'. L'umorismo e' la grazia della disperazione. Il passato e' triste, il presente e' piatto, ma per fortuna il futuro e' ancora lontano. L'universo e' imploso, lo spazio sterminato lentamente si compatta, i contatti si cercano, la poesia riemerge. Uomini sul ciglio della strada, in uniforme, non sono mai soli: bagliori di speranza, come impronte nella notte. L'opera prima, anche se a volte, carica di eccessi sentimentalisti, convince per quel suo conflitto interno infinito, non definitivo, incompiuto, perche' non si puo' porre fine ai contrasti tra padre e figlio, tra terra e anima, ai tormenti della storia e dei ricordi. Non e' ricerca di quel minimalismo cinico e onirico, delle lunghe e spasmodiche sequenze, trasudanti arcaiche verita', spesso debolezza del cinema che si dichiara d'autore. Non e' un laboratorio meccanico che prova a vivisezionare i suoi corpi, o una trappola piazzata negli angoli o al centro, immobile e senza respiro, per mimetizzarsi e svanire nel deserto della narrazione, sempre in sospeso con il tempo, quasi fuori gioco. Kolirin, astutamente o sinceramente (questo e' da vedere, soprattutto se ci si imbatte nelle solite coproduzione franco/orientali) sa che occupare il minimo in questi casi e' ispirazione comune e complicare il tutto e' la maledizione.   

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