CANNES 60 - "Tehilim", di Raphaël Nadjari (Concorso)
Dal regista marsigliese di "The Shade" e "Apartment #5C", un dramma sull'assenza che si presenta inizialmente sotto la forma apparente di un documentario. Si tratta sicuramente un nobile percorso di scoperta che però perde il suo impatto drammatico nel momento vuole mostrare l'alienazione progressiva soprattutto del giovane protagonista Menachem

Tehilim si presenta sotto la forma apparente di un documentario: la preghiera, la scena della famiglia a tavola con la macchina da presa che inquadra il cibo. Tehelim, quarto lungometraggio del cineasta marsigliese Raphaël Nadjari che si era già fatto conoscere con The Shade (presentato a Cannes nel 1999 nella sezione "Un certain regard") e Apartment #5C (2002), può essere interpretata infatti come un'esplorazione, un viaggio in un altro territorio. L'immagine iniziale di Gerusalemme oggi potrebbe infatti far andare in questa direzione. In realtà Tehilim è un'opera sull'assenza, sulla perdita che frantuma e rimette in gioco le esistenze dei protagonisti, sia all'interno del territorio familiare, sia verso l'esterno. Al centro del film c'è una famiglia ebrea che vive un'esistenza ordinaria. Una mattina, in seguito a un incidente d'auto, il padre sparisce misteriosamente. Per la moglie e i due figli Menachem e David iniziano i problemi. Gli adulti si rifugiano nel silenzio o nella preghiera. Menachem e David cercano invece di cercare delle vie pratiche pur di ritrovare il padre.
Nadjari già filma la scomparsa già con l'inquadratura dell'angolo di strada dove si è verificato l'incidente. Forse è proprio la lunghezza di quell'immagine fissa che crea una netta separazione tra il prima e il dopo. Ed è proprio dopo la sparizione del capofamiglia che il cineasta mostra il creascente isolamento dei protagonisti: la madre che non ha contatti con l'esterno e non vuole più che casa sua sia utilizzata come luogo di preghiera; Menachem che da quel giorno non va più a scuola e si allontana sempre di più dalla sua fidanzata; David che è ogni tanto vittima di incubi ed è l'unico che cerca un reale contatto con gli altri. Tehilim è sicuramente un nobile percorso di scoperta che però perde il suo impatto drammatico nel momento vuole mostrare l'alienazione progressiva soprattutto di Menachem. C'è ad esempio la scena in cui i compagni di scuola lo incontrano e lo abbracciano per strada. Lui poi però fugge e da quel momento decide di lasciare la sua ragazza. Si disperde così quel potenziale soffocamento che è in linea con un film impermeabile', dove ogni luogo ma anche la stessa Gerusalemme di giorno è chiusa verso l'esterno. Nadjari lascia però verso la fine dei segnali di apertura: l'immagine con la madre e i due figli alla fermata del bus forse rappresenta un tentativo di fuga, una spaccatura dove da questo momento si guarda solo in avanti.
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