CANNES 60 - "Dainipponjin" (Le Grand Japonais), di Hitoshi Matsumoto (Quinzaine des réalisateurs)
Questa pazza invenzione giapponese e' stata realizzata da uno dei piu' importanti e conosciuti personaggi comici del Giappone. Assurdo e sconsiderato, Matsumoto sembra inattaccabile, terribilmente esagerato. Ricorda "Megaloman", ma e' cinema ancora troppo eccentrico piu' che concentrico: chissa' Suzuki cosa avrebbe combinato?

Questa pazza invenzione giapponese e' stata realizzata da uno dei piu' importanti e conosciuti personaggi comici del Giappone. Come Kitano, anche Matsumoto e' nato in televisione e continua a farla, spopolando nel paese. La sensazione del suo grande successo in patria si e' avuta completamente alla proiezione del film qui a Cannes, dove un mare di giapponesi (tra fotografi, cinefili e giornalisti) ha inneggiato il proprio idolo. Daisato e' un uomo che conduce una vita ordinaria. Il suo destino e' di assumere una responsabilita' trasmessa di generazione in generazione: come un supereroe deve mantenere l'ordine pubblico e proteggere il Giappone dagli attacchi di mostri e robot. La popolazione lo denigra e lo tratta con la piu' grande indifferenza. La storia descrive le emozioni della vita quotidiana attraverso le relazioni con gli altri: un lavoro difficile, un'ex moglie, una figlia da seguire, un nonno affetto da demenza senile. Sul motto comune "il diritto e il rovescio dell'eroe", il regista ha impiegato ben cinque anni per realizzare la scenografia e completare la sceneggiatura, dando il taglio inusuale del documentario e utilizzando una serie di interviste ai protagonisti e di sketch inaspettati. Assurdo e sconsiderato, Matsumoto sembra inattaccabile, terribilmente esagerato. Il suo eroe e' un capellone quarantenne, divorziato che vive in un tugurio e, mentre rilascia l'intervista al regista stesso, sente frantumarsi il vetro della finestra alle sue spalle, da un masso. Non si scompone e continua con un tono depresso e malinconico a raccontare la sua esistenza grama. Quando poi e' il momento di trasformarsi deve entrare in grossi mutandoni blu e attraverso un macchina superpotente diventa il gigante buono con i mutandoni su misura. Falsamente intimista, sembra piu' che altro una parodia del supereroe, dai toni cromatici e scenografici grossolani, alternati alla piatta quotidianita'. Nel finale, lo scontro finale con i robot e i mostri alieni, dalle piu' scombinate forme, cede nel delirio assoluto, rievocando passate serie televisive per ragazzi, una fra tutte, Megaloman. Fuori/dentro folle ma faticosamente travolgente, viaggio visuale allucinante che manca pero' dell'occhio interminabile sacrilego che sbrindella il cinema di/in genere. Cinema ancora troppo eccentrico piu'che concentrico: chissa' Suzuki cosa avrebbe combinato...
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