CANNES 60 - "Magnus", di Kadri Kõusaar (Un certain regard)
Quello compiuto da Mart Laisk e' un atto cinematografico immenso: interpretare la parte che nella vita era la sua, quella del padre di Magnus, un giovane ragazzo con l'insana passione per la morte. Bell'esordio di una giovane regista estone...

Magnus e' un ragazzino sensibile cresciuto in una situazione familiare delicata, dove nessuno pare accorgersi di lui. I suoi genitori pensano che il bambino debba crescere da solo e, se ha cibo e un tetto dove ripararsi, non c'e' nient'altro di cui debba aver bisogno.
Magnus soffre di un problema potenzialmente fatale ai polmoni e questo fa si' che il suo rapporto con la morte sia quantomeno bizzarro. Comunque, dodici anni piu' tardi, i progressi fatti dalla medicina permetterebbero di curarlo in modo efficace: il problema e' che il desiderio di morire in Magnus rimarra' inalterato. Dopo aver tentato per la seconda volta di suicidarsi, il ragazzo viene preso in cura dal padre: questi provera' a convincerlo che la vita non e' poi cosi' male...
Nella splendida esplosione culturale che sta invadendo le Repubbliche Baltiche anche il cinema pian piano sembra fare la propria parte: il bell'esordio della giovane regista estone Kadri Kõusaar, ventisei anni e una parte in Promised Land di Amos Gitai, persentato nella sezione "Un certain regard", e' senza dubbio un'opera che ruba lo sguardo, che attrae e ripugna per tematiche e per stile, di quelle che poi finisci sempre per ricordare, nel bene e nel male.
Kõusaar porta in scena la vera storia di Magnus evitando di scivolare nel pietismo, adottando un atteggiamento volutamente ambiguo. Soprattutto visivamente questa ambiguita' viene palesata maggiormente: se da una prte, infatti, la regista decide di aderire pressoche' totalmente ai suoi personaggi, spesso inquadrati con dei primi piani e macchina a mano, dall'altra li ritrae inscrivendoli in un universo fotografico freddo, quasi azzerante. Ma questo suo distacco, alla fin fine, sembra quasi necessario, viste certe scelte: su tutte quella di aver utilizzato il padre del vero Magnus per interpretare se stesso nel film. Un cinema che mette in scena la vera carne, le cicatrici e le sofferenze della realta': alla luce di questo, allora, al film si perdona anche quell'"escursione" nel reale che chiude il film, con il padre-attore che fa la morale della storia.
Gli si perdona al film e soprattutto a Mart Laisk, il Padre, che ha compiuto davvero un atto cinematografico immenso, buttandosi dentro se stesso per scoprire il marcio, la muffa. Una fisicita' debordante la sua, un'attorialita' obesa e primitiva che fuma, mangia, palpa mignotte e accompagna il figlio verso l'Ade...
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