CANNES 60 - "Garage", di Lenny Abrahamson (Quinzaine des réalisateurs)
La storia minimale di un candido "loser" dal cuore d'oro che vede la propria vita disfarsi davanti agli occhi. Come da copione, Lenny Abrahamson gestisce questa storia in punta di penna, rimanendo aderente a un orizzonte piano, minimale. Prevedibile ma non fastidioso

Josie gestisce una stazione di servizio sperduta nel verde irlandese. Ormai adulto, è rimasto terribilmente naif, un sempliciotto di buon cuore che puo' ricordare Pharaon de Winter di L'humanité di Bruno Dumont (almeno nelle intenzioni). Di donne non se ne parla, di amicizie vere nemmeno, o quasi. La sua vita scorre placida e noiossissima fino all'arrivo del giovanissimo "stagista" figlio del suo capo. Un camionista gli regala una cassetta porno, lui la guarda così per ridere con il ragazzo, nasce un equivoco, viene accusato di molestie e la sua vita è velocemente rovinata.
Come da copione, Lenny Abrahamson gestisce questa storia in punta di penna, rimanendo aderente a un orizzonte piano, minimale. Prevedibile ma non fastidioso. Si concentra sul suo personaggio a proprio modo "eccessivo" (diciamo "eccessivo per difetto") con un taglio non troppo raffinato, peccando di ingenuità quali Josie a casa che si mette a parlare da solo per chiarirne meglio il ritratto. Anche complice il paesaggio, Garage col passare del tempo sembra distaccarsi dal dramma che racconta, e la sua aria pacata e contemplativa diventa sempre più rada fino quasi a condividere con il protagonista il medesimo stupore imbelle, ottuso, estraneo di fronte alle cose che gli scorrono accanto. E con ciò diventa anche vagamente affascinante. Peccato però che per potersi dire veramente tale avrebbe dovuto creare una superficie liscia per lasciarsi scivolare via - che è cosa diversa dal cadere in scivoloni imbarazzanti come nel finale, lasciato in incombenza a un cavallo (unico amico di Josie) che vorrebbe essere propaggine misticizzante della natura ma è solo inespressivo e patetico.
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