CANNES 60 - "Zoo", di Robinson Devor (Quinzaine des Realisateurs)

Non siamo sempre (tutto) cio' che sembriamo. Questa e' una mezza verita', mezza, perche' l'altra parte l'ha nascosta il cinema. Lo statunitense Robinson Devor trae spunto dalla realta' e realizza un documentario su un caso di zoofilia scoppiato nel 2005 nel Nordest del suo Paese. Documentario ellittico, dai risvolti noir

Non siamo sempre (tutto) cio' che sembriamo. Questa e' una mezza verita', mezza, perche' l'altra parte l'ha nascosta il cinema. Lo statunitense Robinson Devor trae spunto dalla realta'  e realizza un documentario su un caso di zoofilia scoppiato nel 2005 nel Nordest del suo Paese. Un uomo fu abbandonato davanti ad un ospedale con il colon perforato. Grazie alle telecamere del circuito chiuso s'intercetto' il soccorritore, che si venne a scoprire facente  parte di un gruppo di persone "disumane". Da qualche anno alcuni uomini, come una setta segreta, s'incontravano e facevano sesso con i cavalli. La polizia trovera' documenti, file e riprese delle loro notti contro natura. Devor, come Herzog (vedi soprattutto Grizzly Man), l'unico mago borderline del cinema, documenta e ricommenta la "mente silenziosa" dell'uomo che si (con)fonde nella natura degli istinti feroci, armonicamente caotici. Il film e' stato presentato al Sundance quest'anno, dopo che lo stesso regista aveva realizzato in passato un atipico poliziesco, passato anche in Concorso a Torino, Police Beat. Documentario ellittico, dai risvolti noir e dalle eccentricita' che ricordano Errol Morris. E' un viaggio nell'indicibile, senza violenza gratuita, senza il desiderio di voler mostrare in fretta. Ricostruzione attraverso interviste dei protagonisti interpretati da attori, invischiati in uno struggente ricordo altrui, come in uno stato ipnotico che avvolge il mistero. Poema lirico in alcuni istanti, che lascia a volte indifesi, ma per il resto non sembra sempre capace di coinvolgere e di stravolgere. Il limite probabilmente sta proprio nell'insistere sulla strada del disturbante: apparentemente pieno di spigoli, questo cinema, in realtà, manca la collisione tra la tragedia personale e il disagio come vergogna collettiva, tra i colori dell'anima e i terrori della notte. Il viaggio all'inferno si strozza sempre prima di ricadere nel buio.

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