CANNES 60 - "Boxes", di Jane Birkin (Fuori concorso)
L'esordio dietro la macchina da presa di Jane Birkin gode della stessa splendida liberta' concessa a chi, per fama pregressa, non ha bisogno di doversi per forza arruffianare un pubblico. Un percorso tutto mentale negli affetti familiari che assume una consistenza spaziale

L'esordio dietro la macchina da presa di Jane Birkin gode della stessa splendida liberta' concessa a chi, per fama pregressa, non ha bisogno di doversi per forza arruffianare un pubblico (esempi a caso : i film di Rob Zombie, Battiato, Michel Piccoli...). L'ex compagna di Serge Gainsbourg si ribattezza Anna e si filma nella propria casa mentre intrattiene un dialogo fittissimo con, letteralmente, i propri fantasmi. Ovvero, con i propri parenti stretti, vivi o morti che siano, in un rincorrersi di ricordi, rimorsi, dichiarazioni, commenti. Il bello e' che non c'e traccia di intimismo ne' di esibizionismo. Il tessuto dialogico tra i personaggi corteggia l'incomprensibilita', l'allusivita' spinta, l'ermetismo, il surreale, l'onirico : tutto si rincorre a una velocita' folle e incontrollabile, ogni frammento di cronaca familiare si riallaccia a mille altri all'infinito, senza risoluzione alcuna. Un percorso tutto mentale che assume una consistenza spaziale, grazie a come la macchina da presa costruisce lo spazio filmico, ma soprattutto grazie a come viene utilizzata la casa, vera protagonista del film. Non si tratta, insomma, di uno « stream of consciousness » perche' non c'e' flusso, non c'e' un « mettersi a nudo » perche' non c'e' nessun soggetto da denudare : c'e' solo un autonomo pulsare dello spazio (e in questo la regia della Birkin e' sorprendentemente acuta e consapevole linguisticamente), come in un Resnais declinato al femminile, o uno Shining (visto l'abbraccio perverso freudiano tra familiare e perturbante).
La memoria come una ragnatela inestricabile in cui cercare, invano, la natura specifica di quel « quid » inafferrabile e inevitabilmente contraddittorio che e' l'affetto familiare. Una massa oscura di calore emotivo, dettagli cronachistici di allucinata precisione su ricordi condivisi, proiezioni del desiderio in cui perdersi per perdere soprattutto l'illusione di poterne venire a capo.
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