CANNES 60 - "Elle s'appelle Sabine" di Sandrine Bonnaire (Quinzaine des réalisateurs)

La Bonnaire realizza un documentario sulla sorella, una donna autistica di 38 anni, in cui i filmati di repertorio si scontrano con le immagini video del presente. L'attrice sente il bisogno di raccontar(si), cercando di essere più obiettiva possibile. Ma il suo affetto, il suo amore sono incontrollati e alla fine finisce per mettersi in gioco

È un'opera di complicità rivelate Elle s'appelle Sabine, documentario che Sandrine Bonnaire, una delle attrici contemporanee francesi più famose, dedica alla sorella, una donna artistica di 38 anni. Un ritratto nel tempo, che unisce passato e presente, che recupera filmati di repertorio che racchiudono un arco temporale di circa 25 anni e porta al tempo stesso sullo schermo una testimonianza su come è la sua vita oggi.

Si assiste a una mutazione fisica nel tempo, soprattutto da quando Sabine ha vissuto 5 anni in un'ospedale psichiatrico.

Lo sguardo della Bonnaire sta attaccata alla sorella e le due donne sembrano comunicare ininterrottamente pur se momentaneamente separate dall'obiettivo della telecamera che la sta riprendendo. Sabine è da una parte, la sorella è dall'altra, anche se spesso entra dentro l'immagine per comunicare ancora più direttamente con lei oppure per frenare certi suoi comportamenti aggressivi. La Bonnaire, mettendo in gioco la figura di Sabine, si porta anche dietro una parte di se stessa. C'è ovviamente un coinvolgimento emotivo soprattutto nel modo in cui riaffiorano delle tracce del proprio passato, ma anche una obiettiva distanza nel modo in cui cerca di spiegare oggettivamente da che tipo di malattia è stata colpita la sorella. Per questo in Elle s'appelle Sabine sono presenti anche delle interviste a una dottoressa e alla madre di Olivier, un ragazzo che frequenta lo stesso istituto della sorella della Bonnaire.

Dove il documentario coglie particolarmente nel segno è proprio in una frattura temporale dove emerge il dolore per il peggioramento negli anni della malattia della sorella Ed è qui che i filmati di repertorio quasi si scontrano con quelli video del presente. La Bonnaire, per esempio, mette in stretta relazione un'immagine di come Sabine suonava il pianoforte da adolescente e come lo suona oggi. Oppure mostra in una scena la donna che si mette a piangere ("sto piangendo di gioia") mentre rivede il dvd del viaggio che ha fatto con Sandrine a New York.

Si vede che Elle s'appelle Sabine era stato pensato dall'attrice francese da tempo. Probabilmente l'avrebbe voluto completare anche alcuni anni fa, poi in seguito al ricovero nell'ospedale psichiatrico, è stato ripensato. Le immagini del presente appaiono quindi come la continua negazione di quelle passate. Eppure, al di là dell'amarezza che traspare, Elle s'appelle Sabine esalta la vitalità della donna, le sue aspirazioni (si immagina i nomi dei bambini che vuole avere) nella sua quotidianità. La Bonnaire sente il bisogno di raccontar(si(, cercando di essere più obiettiva possibile. Ma il suo affetto, il suo amore sono incontrollati e alla fine finisce per mettersi in gioco.

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