CANNES 60 - "Am ende kommen touristen"(Et puis les touristes), di Robert Thalheim (Un certain regard)
Il secondo film del giovane regista tedesco Robert Thalheim è un'esplorazione dei fantasmi di Auschwitz, quelli presenti e quelli passati. Il suo è un film che manca al dunque, quando si tratta di stringere i fili della storia: rimane incompleto, insomma, come ostaggio di un non-tempo e di un non-luogo metacinematografico

Sven, un ragazzo di Berlino, arriva ad Auschwitz per compiere il suo servizio civile. Uno dei suoi doveri è quello di tenere a bada un sopravvissuto del campo di concentramento, il polacco Krzeminski, un vecchio borbottone che non ha voluto lasciare quella che è sempre stata la propria casa: egli tratterà il giovane con un misto di arroganza ed impazienza, quasi a costringerlo ad abbandonare tutto e a tornarsene in Germania. Solo la nascente relazione con Ania, un'interprete del luogo, farà sì che il giovane rimanga al proprio posto.
Dopo il clamoroso successo di Netto, vincitore nel 2005 di un premio collaterale alla Berlinale oltre a numerosi altri premi nei festival di mezza Europa, Robert Thalheim approda a Cannes nella sezione Un Certain Regard con Am ende kommen touristen, una pellicola ambientata ad Oswiecim, tristemente nota con il nome di Auschwitz. La storia di Sven, un ragazzo tedesco che va a compiere il proprio servizio civile nella tana delle atrocità teutoniche (e mondiali...), offre al regista lo spunto per un lavoro sulla memoria, sul suo valore e sulla sua necessità oggigiorno: come in un romanzo della formazione che si rispetti, Sven dovrà attraversare le porte dell'inferno, sia quelle metafisiche che quelle fisiche. Quelle fisiche si intravedono quasi subito, sul taxi che dalla stazione porta il ragazzo al Museo di Auschwitz, proprio sotto la celebre scritta "Arbeit macht frei": di fatto Sven, varcando quella soglia, entra in un'universo popolato da fantasmi in carne e ossa, instaurando anch'esso un rapporto malato con quel passato che tanto ha segnato il luogo simbolo della lucida follia dell'uomo.
Ma anche il suo ambientamento è costellato d'imprevisti e d'incidenti: il suo rapporto con la popolazione locale, ad esempio, è difficile a causa della lingua e dell'odio che gli abitanti del luogo provano nei confronti dei tedeschi. In tutto questo Thalheim riesce a rendere bene certe dinamiche, come quella che lega il giovane al vecchio arteriosclerotico, ma pecca nell'insieme, nel tessere una trama unitaria che tenga dentro le varie istanze che muovono il film.
Ed è un vero peccato, perché certe scelte stilistiche meritavano decisamente ben altra fortuna. Su tutte va quantomeno segnalata la sperimentazione affrontata nelle selezione musicale, nel dotare il film di un universo sonoro frammentato e diviso tra la tradizione della musica classica tedesca, a significare un passato segnato dalla dominazione nazista, e la disperata contemporaneità dell'heavy metal e dell'hardcore, che trova nei paesi dell'Est Europa (e nella Polonia in particolare) un terreno fertile ove germogliare.
Il giusto contrappunto musicale ad un'opera sospesa tra il passato ed il presente, tra la memoria e l'oblio: la scelta, Thalheim sembra averla fatta. Ed è la malcelata malinconia del vecchio Krzeminski ad esplicitarla quando afferma: "Schindler's List ha più impatto di un vecchio che racconta quello che gli è successo".
La resa della memoria dell'uomo che cede il passo alla fredda riproduzione della macchina-cinema.
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