CANNES 60 - "Smiley Face", di Gregg Araki (Quinzaine des Réalisateurs)

La genialita' del californiano Gregg Araki non si disperde e non si smentisce neanche in quest'opera anomala, commedia divertente e surreale che sembra anni luce lontana dal bellissimo Mysterious Skin (il precedente lungometraggio), rievocando lo stile di "After Hours", viaggio sempre in sogno

La genialita' del californiano Gregg Araki non si disperde e non si smentisce neanche in quest'opera anomala, commedia divertente e surreale che sembra anni luce lontana dal bellissimo Mysterious Skin (il precedente lungometraggio), rievocando lo stile di After Hours, viaggio sempre in sogno. Jane (interpretata da Anna Faris) prova a fare l'attrice ma ha qualche problema di apprendimento, o meglio, vive in un suo mondo parallelo, e in quel suo mondo il suo primo pensiero e' farsi d'erba, gia' dalla mattina. Condivide l'appartamento con un ragazzo e riesce solo a combinare guai. Non riesce a pianificare la propria vita e quando ci prova, mette a soqquadro anche quella degli altri. Il film gira tutto intorno a Jane che alla fine si fa anche divulgatrice involontaria del pensiero sovversivo marxista. Un delirio. Divertente, sfacciato, grottesco e surreale: combinazione micidiale che lascia il passo per una volta al divertimento, accantonando la drammaticita' dell'adolescenza malata statunitense. Ma dietro quell'apparente leggerezza e compiaciuta spensieratezza di sguardo, si nasconde una voglia incontrollata di sperimentare: dal videoclip al linguaggio tipicamente pubblicitario, dall'andatura new age al frenetico montaggio. Ma quella stessa voglia sperimentatrice e' un monito politico oltre che cinematografico, un messaggio d'aiuto e d'amore, che ti lascia in agonia, quando i suoi personaggi sono sempre in qualche modo braccati, molestati, incompresi, sperduti. Questo e' anche cinema delicatamente di denuncia: la denuncia di un autore che viaggia in un mondo demenziale, sempre pronto a frantumare l'unita' del fotogramma, sempre in viaggio (un trip) tra l'integrita' della ragione e l'ingiustizia del ricordo. A volte incontenibile, forse anche maliziosamente accattivante, Araki e' sicuramente un regista da tenere d'occhio, perche' si ha l'impressione che passata la stagione del divertimento sperimentale e di alcune ferite rimarginanti, si possa giungere al cinema compiutamente sognante, meravigliosamente poetico.

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