CANNES 60 - "Persepolis", di Marjane Satrapi, Vincent Paronnaud (Concorso)
Adattamento animato dell'omonima comic-strip ideata e disegnata dall'artista Marjane Satrapi (che del film è anche regista insieme a Vincent Paronnaud) che attraversa d'un fiato tutta la storia moderna dell'Iran, dal 1978 ad oggi, "Persepolis" è un'opera cupa ma è capace di molta leggerezza e l'ironia

Si attraversa d'un fiato tutta la storia moderna dell'Iran, dal 1978 ad oggi, con Persepolis, film d'animazione molto particolare che, di fatto, è la trasposizione animata dell'omonima comic strip ideata e disegnata dall'artista Marjane Satrapi, che del film è anche regista insieme a Vincent Paronnaud. Storia autobiografica di una bambina nel momento in cui la rivoluzione porta alla caduta dello scià, non senza violenza e sangue sparsi sulle strade. Ma il racconto è ancora all'inizio e gli occhi della piccola Marji non si spingono fino alla piazza dei massacri e alle sue orecchie non arrivano ancora le notizie di tanta sofferenza. Per lei la lotta in nome di libertà e uguaglianza rappresenta un momento esaltante di crescita e conoscenza, e tutto il resto rimane fuori campo o si insinua nell'immagine come fosse un bagliore o un suono sinistro ma velato, anche se dirompente. L'instaurazione della nuova Repubblica Islamica, però, delude tutte le aspettative e i prigionieri politici che sono usciti dal carcere stanno per farvi ritorno. Questione di politica e di convenienze internazionali più forti di ogni ideologia. Il disegno si fa sempre più scuro, i colori si stemperano velocemente in uno spesso bianconero che copre anche il movimento inatteso di una bambina con gli occhi spalancati su un mondo che ha promesso di cambiare e, invece, si è fermato. Come se il velo nero imposto alle donne si allargasse fino ad abbracciare tutto lo spazio del visibile, includendo gli umori e lo strato di suono che si fa cupo e trattenuto, senza risonanza né immaginazione. Persepolis (in concorso) però è capace di molta leggerezza e l'ironia che sostiene il film è preziosa nel suo essere nuovo orizzonte che si allarga e spinge anche lo sguardo a non restare confinato alla dimensione del visibile. Il tempo passa e anche il tono della narrazione abbandona le parole ingenue e schiette della piccola protagonista e si fa adulto, sempre sincero e sempre tagliente, ma con un senso in più da ricercare nella nostalgia e nella solitudine che segue l'esilio della ormai adolescente Marji. La musica è l'unico momento di ribellione per una ribelle che non ha ancora trovato la strada e si perde in un disegno labirintico e visionario. Anche il tratto sembra andare di pari passo con le piccole e grandi avventure di questo film, assecondando l'istinto e il desiderio, appagando le emozioni, cercando nella tradizione di una certa iconografia mediorientale il punto di partenza sul quale costruire infinite deviazioni di politica e di poesia. In questo modo la curva dolce e evocativa del fiore di gelsomino, il suo profumo resistente, può trovare il suo contrasto e la sua compensazione nelle linee rette e spezzate che descrivono strade caotiche e piene di timori, mentre, talvolta, un attimo di silenzio o un incrocio di sguardi riescono a trasformare la realtà nel suo opposto. Gioco di contrasti e di analogie sapienti. Nella sua versione originale, questo film può contare, tra le altre, sulle voci vibranti di Catherine Deneuve e Chiara Mastroianni.
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