CANNES 60 - "L'âge des ténèbres", di Denys Arcand (Fuori concorso)
Arcand realizza il suo film più interessante, una 'commedia umana' sospesa tra cinema dell'alienazione e genere fantastico, un'opera dalla doppia realtà di 'un uomo senza storia' in cui, rispetto a "Le invasioni barbariche", è più sincera e umana e che puà contare anche su quell'impassibilità stralunata del protagonista Marc Labrèche

Dopo qualche anno in cui erano mancati dei 'film di chiusura' all'altezza della manifestazione, questa edizione del Festival di Cannes si conclude con il film più interessante della filmografia del canadese Denys Arcand. Come spesso è avvenuto nella sua filmografia, il titolo, in qualche modo, rinnega l'ambientazione. Il declino del'impero americano, Jesus of Montreal e Le invasioni barbariche e quest'ultimo L'âge des ténèbres ("l'età delle tenebre") prefigurano spesso un'immaginario passato remoto mentre in realtà si tratta spesso di vicende che si svolgono nei giorni d'oggi. Forse la contemporaneità è vista da Arcand come qualcosa di apocalittico e quindi ci si potrebbe immaginare che lui possa guardare alla transizione temporale tra il XX° e il XXI° secolo da lontano, come se si trovasse catapultato già in avanti nel tempo, come se vivesse nel mondo che ci sarà tra 200 anni.
Al centro di L'âge des ténèbres c'è Jean-Marc Leblanc (Marc Labrèche), un uomo che vive a disagio con il proprio presente ed è continuamente sospeso in un universo tra la realtà e l'immaginazione. Lui è un 'uomo senza storia'. Va raramente a trovare la madre malata, la moglie è una donna in carriera che non lo considerà nemmeno, le figlie sentono la musica o parlano al telefonino quando lui le accompagna a scuola, sul lavoro è un impiegato mediocre che fuma clandestinamente sul terrazzo esterno assieme ad altri due colleghi. Jean-Marc però ha un'altra vita: scrittore di successo, amatore irresistibile, cavaliere medievale.
Con L'âge des ténèbres Arcand disegna un efficace ritratto sulla solitudine, in un film anche folle, che tocca le derive più tangenzali di un cinema dell'alienazione e, contemporaneamente, del genere fantastico. Rispetto al corale e sopravvalutato Le invasioni barbariche in cui i sentimenti erano soprattutto il risultato di una scrittura preconfezionata, in L'âge des ténèbres Arcand realizza un film più umile e decisamente più 'umano': l'impassibile monotonia con cui parla con gli utenti sul posto di lavoro, quella sua volontaria assenza con la famiglia contrastano con un mondo in cui convive con i propri fantasmi, con le sue molteplici personalità. Arcand ha anche la fortuna di poter contare su quell'apparente impassibilità del volto di Marc Labrèche, una specie di comico stralunato che vive passivamente gran parte delle situazioni della sua vita. Ci sono delle intuizioni dove il comico si sposta forse con troppa disinvoltura nelle zone dell'assurdo (Jean-Marc vestito da samurai che taglia la testa al suo capo), ma la pellicola possiede anche delle altre idee azzeccate come la sequenza del torneo medievale. Restano soprattutto due momenti in cui questa bella e disequilibrata commedia riesce da un punto di vista emotivo in maniera semplice e sincera: il pianto di Jean-Marc dopo la morte della madre, e quella leggera carezza sul volto della figlia quando la sua famiglia gli porta i bagagli nel cottage dove si è trasferito.
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