CANNES 60 - "Promise Me This", di Emir Kusturica

Da tempo il regista serbo gira sempre lo stesso film costruendo sempre l'illusione e l'inganno con la presenza di una musica sempre più sfrenata. Soltanto che questi codici visivi appaiono oggi avariati, consumati dall'uso dove lo stesso set è ormai ingombrato da oggetti meccanici che affollano uno spazio che, già dall'inizio, è un enorme parco-giochi

All'inizio, sui titoli di testa, c'è una specie di vortice che gira. La musica, composta da Stribor, figlio del regista, parte subito impazzita. Il cinema di Kusturica sembra ricominciare ogni volta dal punto in cui si è fermato precedentemente. Se ci si volesse spingere a una provocazione critica, si potrebbe anche sostenere che, se non dipendesse dalla diversità delle storie, sembra di vedere ogni volta lo stesso film. Quindi Promise Me This - togliendo ovviamente da questa considerazione il documentario Super 8 Stories e l'episodio Blue Gypsy del collettivo All the Invisibile Children - potrebbe essere come un ideale prolungamento stilistico di Underground, Gatto nero, gatto bianco e La vita è un miracolo. Da questo punto di vista, c'è senza dubbio una presenza di uno sguardo riconoscibile. Dall'altro però si riciclano sempre più stancamente, rispetto alla presunta energia visivo-sonora presente nel film, i segni di un cinema 'autoriale' possessivo e onnipresente, che regala brandelli di esistenza cinematografici ai suoi protagonisti per poi soffocarli.

Promise Me This è ambientato in una collina che si trova nella remota campagna serba. Qui vivono Tsane con il nonno e la loro mucca Cvetka. Assieme al loro vicino Bossa, sono gli unici abitanti del posto. Un giorno il nonno dice al nipote che un giorno morirà e quindi gli fa promettere che raggiungerà la città più vicina  per vendere Cvetka al mercato. Con i soldi ricavati, dovrà acquistare un'icona religiosa e un ricordo per sé. In ultimo dovrà anche cercare moglie e tornare a casa prima che lui muoia. Tsane riesce a eseguire i primi due desideri. Il terzo però è veramente difficile da esaudire finché un giorno non incontra Jasna.

C'è un cinema eccessivo che si ama e uno che si odia. Kusturica fa parte di questa seconda categoria: movimenti di macchina impazziti che ballano sulla musica, inquadrature storte, personaggi che vogliono comunicare euforia e invece appaiono come momentaneamente ubriachi per essere in sintonia con il ritmo del film. Ormai il cinema del regista serbo è una volontaria autoparodia anche se lui continua a prendersi terribilmente sul serio. Basta vedere il momento dell'arrivo in città di Tsane, conn l'immagine del ragazzo che conta i piani di un palazzo ma poi si distrae per vedere il sedere delle ragazze, per dimostrare come Promise Me This mortifichi la sessualità e confonda l'allegria per la frenesia. Anche questo film gioca con i codici narrativi e soprattutto visivi del cinema come l'illusione e l'ipnosi, con quest'ultima che si manifesta ancora con quell'immagine del vortice che gira che serve per far addormentare la mucca. Sono codici però strausati e avariati, consumati dall'uso, dove lo stesso set è ormai ingombrato da oggetti meccanici che affollano uno spazio che, già dall'inizio, è un enorme parco-giochi.

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