CANNES 60 - "O estrado du mundo" Autori Vari (Quinzaine des réalisateurs)

Nata in occasione dei cinquant'anni della portoghese Fondazione Calouste Gulbenkian, questa raccolta di sei cortometraggi presenta risultati assai discontinui. Deludono Akerman e Weerasethakul, convincono Wang Bing e soprattutto Pedro Costa

Nata in occasione dei cinquant'anni della portoghese Fondazione Calouste Gulbenkian (mecenate del progetto), questa raccolta di sei cortometraggi intorno al generico pretesto di una ricognizione sullo "Stato del mondo" presenta risultati assai discontinui. I due nomi meno noti del sestetto, Vicente Ferraz e Ayisha Abraham, non provano nemmeno a brillare di luce propria, firmando il primo un bozzetto piattamente illustrativo sul dramma dei pescatori alle prese con lo sfruttamento marino selvaggio, la seconda un reportage praticamente televisivo sulla vita di un immigrato nepalese a Bangalore. Deludono due dei nomi piu' celebri: Apichatpong Weerasethakul (che filma una "crociera" sul Mekong in maniera inutilmente frammentaria senza nemmeno sfiorare le vertigini ritmico-visuali astratte che gli sono proprie) e Chantal Akerman (la cui inquadratura fissa su Shanghai commentata "fuori sincrono" non riesce a innescare a sufficienza la fertile divergenza tra suono e immagine del suo lavoro di sempre).

Wang Bing invece fa un passo verso la fiction, visualizzando in una fabbrica in dismissione un episodio del passato, il brutale trattamento riservato ai controrivoluzionari. Il regista cinese si mette alle spalle della finzione messa in scena, documentandola in atto e riducendo al minimo la manipolazione filmica. Una sorta di grado zero della finzione affidato, a livello di elaborazione, al semplice genius loci dell'ambientazione, evocato dall'esplorazione della camera a mano di Wang Bing all'inizio e alla fine del film.

Spicca, prevedibilmente, il corto di Pedro Costa, sorta di appendice a Juventude em marcha sui fantasmi che popolano un campo di concentramento capoverdiano installato dai portoghesi negli anni '30. Costa rinnova la sua miracolosa capacita' di trovare una luce e una voce fordiana alla stratificazione immediata del dato presente, tessendo in virtu' di angolazione del quadro e scultura dei corpi un nuovo, straziante e lucidissimo canto sulla persistenza del passato che giace in ogni istante di cui abbiamo coscienza.

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