CATTIVE LETTURE - About a man: il cinema e Nick Hornby

"Sapevo che non avrei mai giocato nell'Arsenal; sapevo che non sarei mai diventato una rockstar; mi rimaneva solo diventare uno scrittore." Rapporti tra carta e pellicola in uno scrittore di culto coccolato dal cinema.

"Febbre a 90°" (Fever Pitch, 1992); "Alta fedeltà" (High Fidelity, 1995); "Un ragazzo" (About a boy, 1998); "Come diventare buoni" (How to be good, 2001). E' questa la progressione che ha portato il giovane professor Hornby, insegnante di inglese per stranieri, a diventare Nick Hornby: ovvero uno scrittore di culto, sottile analista della psiche maschile (e, dopo l'ultimo libro, anche di quella femminile), cantore di quella che potremmo definire "spensieratezza pensosa". Ma il successo dei suoi primi libri ha portato Hornby ad essere anche un autore letterario coccolato dal cinema, tanto da vedersi offrire da Robert De Niro per i diritti del suo terzo romanzo - ancora prima che fosse scritto, beninteso - la cifra di 2,75 milioni di dollari (più di tre milioni di euro, cioè circa sei miliardi di lire). Hornby accettò, e quel libro è diventato un film: "About a boy" - diretto dai fratelli Weitz, con Hugh Grant  - si affaccia ora sui nostri schermi. Ma anche i due romanzi precedenti erano stati adattati per il cinema.

Il primo libro di Hornby - completamente autobiografico - può essere letto, esteriormente, come il semplice racconto della passione che l'autore nutre, fin da piccolo, per la squadra di calcio dell'Arsenal (che - per chi non lo sapesse - ha vinto l'ultimo campionato inglese di Serie A); in breve tempo, lo scrittore inglese diventa il più noto tifoso della squadra di Londra.


Quando arriva al cinema, nel 1996, Febbre a 90° - regia di David Evans - continua ad essere una storia scandita dallo scorrere dei tempi delle partite di calcio; ma Hornby, curandone la sceneggiatura, allarga gli orizzonti ispirando nuove riflessioni. Nella trasposizione cinematografica introduce un elemento sentimentale, creando un contralto con la voce solitaria dell'io narrante che era l'unico vero protagonista del libro. Così, senza tradire lo spirito di fondo del proprio racconto, Hornby fa del tifo per l'Arsenal il terzo incomodo di una storia d'amore tra due persone; una vicenda affettiva che determina le riflessioni del protagonista, Paul, diviso tra l'amore per una donna e quello per una compagine sportiva.


Il film tende a sottolineare anche un altro punto di vista: quello che fa di Febbre a 90° la storia di una vera e propria ossessione, quasi una patologia mentale ("Fever pitch": stato di estrema eccitazione). E' lo scrittore stesso a rivelare che il libro nasce dai suoi colloqui con  un'analista, alla quale confessava la sofferenza derivante dall'aver avuto un padre più interessato alla carriera che alla famiglia. Lontano da Londra per la maggior parte del tempo, Hornby senior tentava di conquistare l'affetto del poco più che decenne Nick - nei rari momenti in cui potevano stare insieme - portandolo con sé alle partite dell'Arsenal, squadra del loro quartiere. Uno stato di cose che avrebbe determinato, di lì a poco, un curioso parallelismo tra il rapporto conflittuale di Hornby col padre e il suo legame tormentato col calcio: le vicende dell'Arsenal si intrecciavano con le storie personali, fino a delineare un profilo di effettiva incapacità di integrazione con la realtà circostante. Nel film questo risvolto psicanalitico ottiene maggior rilievo, facendo assumere a Febbre a 90° anche le caratteristiche di una storia - divertente - di disadattamento.


Altrettanto importante, per la genesi del film e per la riuscita del suo personaggio principale, è il problema della ricerca della propria identità e dell'appartenenza ad una tribù. Questione tanto determinante per Hornby, per le ragioni biografiche accennate in precedenza, quanto per l'attore Colin Firth - protagonista della Febbre a 90° cinematografica - che ha calzato i panni dell'alter-ego dello scrittore con estrema naturalezza. Anche Firth, difatti, si ritiene appartenente alla categoria dei "senza radici": era stato uno di quei ragazzini costretti, a causa del lavoro dei propri genitori, a cambiare continuamente casa, non riuscendo mai a stringere amicizie ed a sentirsi integrato in un ambiente. Nel film, il protagonista - come Firth, come Hornby  - reclama la necessità di possedere dei punti fermi, di sentirsi parte di qualcosa: lo fa attraverso la passione per la propria squadra di calcio, che diventa un surrogato della famiglia.


Febbre a 90°, in Inghilterra, è un libro di culto; proprio come il film. Merito di una tra le principali doti di Hornby: l'enorme capacità di determinare l'immedesimazione del lettore nelle vicende narrate. Inoltre, come sostenne Colin Firth in una intervista a "la Repubblica" qualche anno fa, un altro basilare elemento di successo è stato il fatto che, "per la prima volta un professore, laureato a Cambridge, confessava e analizzava il tifo, che in Gran Bretagna si considerava, per tradizione, appannaggio dei ceti culturalmente bassi". Il valore principale di Hornby resta però il fatto che le profonde implicazioni descritte in precedenza, costituenti il substrato emozionale della storia, siano state inscritte in un contesto brillante, in cui - grazie ad una messinscena funzionale alle caratteristiche psicologiche del personaggio - la sostanza delle riflessioni è stata esposta più col "non detto" che con la verbosità propria delle commedie esistenziali. Ed è questo un fattore comune anche a tutta la sua produzione bibliografica.

In Febbre a 90° la musica, altra grande passione di Hornby, ha un suo ruolo, seppure secondario: sia come colonna sonora (curata con attenzione da Hornby stesso insieme a Colin Firth, dopo aver scoperto di avere gusti musicali molto simili), che come accenno ad un altro tipo di mania: quella del collezionismo di dischi. Un breve dialogo nel film, riguardo all'adeguatezza di un pezzo musicale e alla sua capacità di creare un'atmosfera romantica, fa da "trait d'union" con il secondo libro - e successivo film - a firma di Hornby: il celeberrimo Alta fedeltà, che ha decretato il vero successo dello scrittore inglese in Italia.


Ancora un protagonista maschile, proiezione di Hornby sulla carta stampata: Rob Fleming, trent'anni superati da un po', deve fronteggiare il fatto che Laura, la sua compagna, lo ha lasciato. Questo avvenimento doloroso è l'inizio di un percorso che lo porta a ripensare alle sue storie d'amore passate, e a ripercorrere i passi che lo hanno portato a trovarsi lì, in quel momento della sua vita: proprietario di un piccolo negozio di dischi "d'essai" a Londra (sempre sull'orlo del fallimento), maniaco collezionista di LP (vinile, rigorosamente), compagno inconcludente mollato dalla donna che ama (Laura).


Alta fedeltà non è una storia di mutamenti: Rob non cambia. Nessuno cambia "veramente". Rob/Hornby però riflette, studia, prende il microscopio e analizza le strutture mentali che determinano il suo - il nostro - comportamento. Poi si allontana e riguarda tutto da lontano, per osservare le reali proporzioni delle cose. Questo processo continuo di analisi/verifica conduce il protagonista a sintetizzare il suo personale modo di porsi di fronte agli avvenimenti che lo coinvolgono; e, inoltre, conduce il lettore all'immedesimazione con Rob, perché anche noi facciamo - o vorremmo fare - così.


Protagonista del film Alta fedeltà è John Cusack; alla regia la produzione pone Stephen Frears, che però svolgerà un ruolo puramente notarile. Perché la vera paternità del film è di Cusack, col quale Frears aveva già lavorato nel film Rischiose abitudini. Il Cusack che, come prima cosa, trasporta la vicenda oltreoceano: proprio nella sua Chicago ("Pensavo che Chicago sarebbe stato uno dei personaggi della storia, anche se non il principale"). Il Cusack che muta il cognome - troppo britannico - di Rob, da Fleming a Gordon; il Cusack co-sceneggiatore; il Cusack co-produttore.


Il resto è tutto nel libro. Anche lo stile colloquiale del racconto, che viene riprodotto dal protagonista guardando nell'obiettivo; parlando direttamente agli spettatori, questi diventano i suoi confidenti, i suoi complici, i suoi giudici, garantendo così, ancora una volta, un forte effetto di identificazione. Temi spinosi vengono affrontati con ironia: il passato, i vecchi amori, la magia di un bacio o semplicemente di uno sguardo. Lo struggimento che affiora dalle parole e dal volto di Rob, perso nella considerazione del suo malessere, si stempera nei sorrisi strappati - spesso amaramente - dalle sue alterne vicende. In questo trattato delle umane (maschili) debolezze ci sono tante gag (la performance di Tim Robbins, grande amico di Cusack nella vita e rivale di Rob nel film; l'inattesa apparizione di Bruce Springsteen; il rapporto tra commessi e clienti del negozio di Rob); proprio come nelle tragedie classiche - e nella vita reale - ci sono sempre momenti in cui l'allegria ottiene il suo spazio.


Frears, da parte sua, riconferma la capacità di dare risalto ai momenti intimi delle relazioni umane: ai dialoghi sussurrati, agli sguardi carichi di significato, ai silenzi eloquenti più delle parole; e ciò nonostante il fatto che il romanzo - come anche accadeva per Febbre a 90° - non sembrava prestarsi agevolmente ad essere riportato sul grande schermo.

"Sapevo che non avrei mai giocato nell'Arsenal; sapevo che non sarei mai diventato una rockstar; mi rimaneva solo diventare uno scrittore". Hornby ha raccontato prima di tutto le sue passioni: il calcio e la musica; poi si è dedicato ad una storia che ruota intorno al sentimento e al desiderio di paternità. Perché About a boy, storia del rapporto di amicizia tra Will Freeman - ereditiero ed improduttivo ultratrentenne londinese - e Marcus - dodicenne figlio di una hippie, cresciuto in pieni anni Novanta con la musica di Joni Mitchell - nonostante gli ammiccamenti ai racconti precedenti (l'Arsenal e il "Championship Vinyl" - il negozio di dischi di Rob Fleming - fanno capolino qua e là, con il loro bagaglio di ossessioni, dubbi ed angosce esistenziali), è prima di tutto il racconto della costruzione di un rapporto padre/figlio. Il protagonista del romanzo, mentre prende lentamente coscienza della sterilità in cui scorre la sua esistenza, senza accorgersene inizia a preoccuparsi - per la prima volta - delle sorti di un essere umano diverso da sé; e non disdegna di assorbire il feedback proveniente da quel ragazzino un po' strano, che spesso lo pone di fronte alle contraddizioni implicite nella sua opaca esistenza. Will e Marcus crescono assieme, tanto che il lettore, alla fine, è portato a chiedersi chi fosse veramente il ragazzo a cui si riferisce il titolo.


Al cinema, la produzione, come detto all'inizio, è della TriBeCa di De Niro (quella di Terapia e pallottole e Ti presento i miei). Inizialmente caduta su George Clooney, la scelta di Hugh Grant nel ruolo del ricco giovanotto disimpegnato è stata davvero ineccepibile (Grant ha forse dovuto faticare, per trattenersi dal caricare eccessivamente un personaggio fin troppo "su misura"); affidando poi la regia ai fratelli Weitz di American Pie e Down to Earth, sono stati creati i presupposti per un film brillante, ricco di "understatement" ma anche di momenti forti, che riproduce con fedeltà lo humour dell'originale letterario. Cioè quel senso tragico dell'umorismo che contraddistingue tutti i romanzi di Hornby, e che ne fa riconoscere da lontano un lettore, mentre sfoglia le pagine: la testa che annuisce leggermente, la bocca in un costante atteggiamento di straniato sorriso, stupito dell'attenzione chirurgica che Hornby pone nell'uso di quei particolari che rendono così autentici e familiari i suoi personaggi.


D'altra parte, Hornby sostiene di non curarsi troppo delle trasposizioni cinematografiche dei suoi libri: "Raccontare con le parole e farlo con le immagini sono due attività molto diverse". E ancora: "Una volta venduti i diritti, quel che è fatto è fatto. E' come vendere un cappotto. Dopo non puoi dire, guardando chi lo ha comprato, 'Non mi piace come gli sta addosso'. Devi solo pensare 'L'ho venduto, ho incassato il denaro. Fine."


Parole sagge. Però, chissà che faccia avrebbe fatto Hornby, se Clooney avesse accettato la parte del trentenne scapestrato...

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