CATTIVE LETTURE - Ancora Truffaut…

Ogni libro su Truffaut ci fa godere della possibilità di tornare a parlare di lui. Così ripercorriamo un po' la storia intima di Sentieri e ribadiamo l'idea che abbiamo del fare critica. Torna la rubrica che legge i libri attraverso il cinema

Truffaut è qualcosa di più di un regista, di un autore cinematografico. Il suo nome non rimanda 'semplicemente' a un certo numero di film: in lui si concentra la metafora stessa del godimento che dà il cinema. In questo senso rappresenta bene ciò che significa, per noi, fare critica cinematografica: impossessarci di un piacere, viverlo intimamente, gustarlo attraverso tutti i nostri sensi e rispedirlo in un altrove attraverso un universo affine e parallelo - quello delle parole, del mondo letterario e narrativo.
In questo senso il nostro modo di fare critica accoglie ampiamente l'idea di cinema che coinvolge e che fa da linfa vitale nel cinema di Truffaut: realtà e cinema e critica si confondono, partecipano contemporaneamente ad uno stesso piacere dove l'analisi laboratoriale viene bandita (in quanto riconosciuta quale mascheramento di un percorso che, invece, appartiene ad ogni critico e che riguarda, ancora una volta, il suo piacere, la sua capacità di godere intimamente di un testo - quello filmico - e non potersi trattenere dal dirlo, dal ripeterlo).
Truffaut racchiude in sé questa necessità, la rende visibile, ed il suo percorso - da lettore appassionato a organizzatore di cineclub a critico a regista - non fa altro che rendere visibile il legame che riporta, indubbiamente, allo stesso centro e che affonda molto potentemente dentro di noi.
In tal senso, 'fare il critico' significa mettersi a nudo, accettare il perverso meccanismo che ci rende onnipotenti (siamo quello che diciamo) e terribilmente vulnerabili (la verità è nelle nostre parole che, una volta giocate, possono essere attaccate, violentate, distrutte).
Come un qualunque costruttore di storie, il critico è destinato a creare meccanismi narrativi: la sua abilità, la sua arte, sta nel mettere assieme frammenti che amplifichino il grado informativo della lingua. Al critico non basta informare, il critico vuole trasferire in un altrove, nel suo lettore, il senso del proprio piacere - vuole trasferire una sensazione, una vibrazione dell'animo, un sapore intimo e irrazionalizzabile. E lo deve fare attraverso un discorso verbale, cioè razionale. Anche in questo caso, naturalmente, il vero si nasconde in ciò che non dice, in una sottotraccia che percorre completamente il suo testo. Chi non accetta questo meccanismo è fuori gioco - traduce, debolmente, un messaggio da un linguaggio all'altro; nasconde, per paura di mettersi a nudo, la sua passione; impedisce al suo piacere di tradursi in qualcosa d'altro; finge di credere che il godimento di un testo possa transitare sul suo corpo senza che sia visibile il corpo stesso.
Queste cose qui a noi le ha narrate - in modo semplice e chiaro - Truffaut.
Per questo, ogni volta che qualcuno sente la necessità di legare il proprio nome a quello del regista giusto per ricordare a se stesso il nesso che intercorre tra piacere e cinema, noi stiamo lì a seguirne le tracce. E se, come in questo caso, sono i Cahiers du Cinéma a farsene carico, ancora meglio. Vorrà dire che anche il nostro piacere si moltiplicherà ed il librone di Antoine de Baecque e Serge Toubiana, con le sue ottocentosettanta pagine, sarà un po' il punto di arrivo dei tantissimi percorsi che, sul corpo di Truffaut, hanno provato piacere a viaggiare.
Qui la minuzia biografica conferma la necessità di rendere definitivamente metaforica la sua figura - non più artistica, non più autoriale. Truffaut definisce e confonde i nostri piaceri narrativi e de Baecque e Toubiana sono lì a testimoniare la palingenesi di un uomo che ha saputo raccontarci quest'evento, che ha legato indissolubilmente, in se stesso, il piacere per la critica ed il piacere per il racconto e che, una volta regista, ha continuato a narrare, senza soluzione di continuità, il proprio piacere per il cinema e per la vita, confondendo intimamente le due parole.
In tal senso biografia e filmografia diventano, per Truffaut, la stessa cosa e, questo libro, conferma ulteriormente che non c'è ambiguità, che non c'è differenza, che non è possibile distinguere, seguendo un unico corpo, i due termini.
Con quel po' di francese che conosciamo, godiamo ancora una volta d'un regista che ci spiega come viaggiare in noi stessi, che ci spinge ad essere oscenamente sinceri e a praticare il tradimento quale necessità per disvelare verità profonde, che ci spiega come fare critica senza vergognarci, senza precipitare in un vuoto insignificante di assenza di passionalità.
ANTOINE DE BAECQUE - SERGE TOUBIANA,
"FRANCOIS TRUFFAUT",
GALLIMARD, 71 FR (l'edizione riveduta è del 2001)
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