RomaFictionFest - "Caravaggio è stato tanto geniale da riuscire ad immaginare il cinema con qualche secolo d'anticipo". Incontro con il cast di Caravaggio, tra mimesi e intepretazione.
Dopo il Caravaggio di Gian Maria Volontè nello sceneggiato del 1967, diretto per la tv da Silverio Blasi e la visionaria opera di Derek Jarman del 1986, Michelangelo Merisi torna ad essere protagonista, con la miniserie televisiva presentata in anteprima al RomaFictionFest. Ce ne parlano il regista Angelo Longoni, lo sceneggiatore Andrea Purgatori e l'interprete principale Alessio Boni
Perché un altro Caravaggio?
Angelo Longoni: il film di Jarman descrive in modo del tutto visionario il suo stesso volto interiore, mentre quello con Gian Maria Volontà non è altro che uno dei melodrammoni anni ’60 in bianco e nero, girato totalmente in studio e improntato ad un’estrema pudicizia. Il nostro Caravaggio ha una visione più contestualizzata dal punto di vista storico, riuscendo nel contempo a rendere la modernità della sua sensibilità e della sua visionarietà, che costituiscono certamente un tratto fondamentale della sua personalità.
Che rapporto ha avuto con il personaggio che ha interpretato?
Alessio Boni: per la prima volta ho interpretato un personaggio realmente esistito. Ho letto 7 biografie, mi sono avvicinato ad un pittore moderno per comprendere quale potesse essere la postura di un artista di quei tempi, ho passato due mesi con due restauratrici del Caravaggio e ho visto quasi tutto quello che ha dipinto. Mi sono pian piano impossessato di lui e delle sue pennellate e ho scoperto tantissime impressionanti somiglianze tra la mia vita e la sua. Come me si trasferì a Roma dalla provincia di Bergamo, all’età di 21 anni. Morì a 39 anni, gli stessi che avevo io quando ho girato la scena della sua morte. Sono solo alcune delle coincidenze che mi legano a Michelangelo Merisi e che mi hanno letteralmente fatto venire i brividi. Mi sono lasciato così buttare dentro questo progetto e alla fine mi sono sentito meglio nei panni del ‘600 che indossando un jeans e una maglietta.
Perché la sceneggiatura non ha pensato di approfondire maggiormente il duello artistico tra Caravaggio e Baglione?
Andrea Purgatori: abbiamo lavorato per tantissimo tempo su questo progetto, in cui abbiamo creduto tutti moltissimo. Basti pensare alle 10 stesure della sceneggiatura, per capire la mole di lavoro che c’è dietro. Prima di tutto abbiamo studiato i numerosi materiali a nostra disposizione, per poi concentrarci sul linguaggio dell’epoca rendendolo comprensibile per un’opera cinematografica moderna. Abbiamo parlato con i più grandi esperti del pittore, primo fra tutti Strinati, impressionato da sempre dalla quantità di materia che all’inizio l’artista depositava sui suoi quadri. Quello che abbiamo fatto è stato raccontare la storia di un uomo che si ispirava ad un principio di libertà talmente forte da non cedere mai ad alcun ricatto. È vero, è stato dato poco spazio a Baglione, ma solo perché avevamo l’obbligo di scegliere. Abbiamo preferito privilegiare la genialità del Caravaggio, così avanti rispetto agli altri nel modo di esprimersi, da riuscire ad immaginare il cinema con qualche secolo di anticipo.
Di solito nelle biografie filmate si rende in modo molto semplicistico il momento dell’ispirazione che porta un artista alla creazione delle sue opere. Voi come avete deciso di risolvere questo problema?
Andrea Purgatori: abbiamo cercato di evitare queste spiegazioni, tentando di parlare della sua vita, lavorando sui buchi neri che si aprono nella sua biografia, come il periodo dell’adolescenza. Abbiamo cercato di immaginare quali potessero essere le esperienze che lo avevano segnato, evitando il più possibile di assumere un atteggiamento troppo didascalico. Posso dire insomma che ognuno di noi ha messo parte della propria forza in questa storia, secondo un’operazione faticosa, ma fortemente appassionata.
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