RomaFictionFest - "Caravaggio", di Angelo Longoni (Anteprima)

Ha buon ritmo, questo biopic prodotto da Ida di Benedetto, una serie di duelli cappa-e-spada addirittura avvincenti, e un Alessio Boni che sembra davvero in gamba. Paradossalmente, in un prodotto così orgogliosamente e ‘miratamente’ medio a stonare è proprio il lavoro dei due premi Oscar coinvolti: Luis Bakalov e Vittorio Storaro

Ha buon ritmo, questo biopic di Angelo Longoni (Uomini senza donne, Naja, Facciamo Fiesta) – almeno nella versione da due ore e un quarto approntata per il mercato internazionale, che è poi quella proiettata al Festival di Roma: dovendo ridurre drasticamente in un unicum quelle che erano due puntate da 90 minuti ciascuna, il montaggio zompetta baldanzosamente da un aneddoto all’altro (ché di aneddoti si parla, a conti fatti, nella sceneggiatura di James Carrington e Andrea Purgatori) dell’avventurosa e perigliosa vita del burrascoso pittore, con la voce off dell’artista stesso che prontamente interviene a spiegare qualche salto mortale temporale o qualche sovrimpressione di troppo, soprattutto nella prima parte. Poco male, perchè la seconda metà ha in serbo una serie di duelli cappa-e-spada in un certo senso addirittura avvincenti. E Alessio Boni sembra davvero in gamba, se solo urlasse un po’ di meno nelle scene in cui il Merisi dà di matto. Dunque, cos’è che non va? Paradossalmente, in un prodotto così orgogliosamente e ‘miratamente’ medio (realizzato dalla Titania di Ida di Benedetto con dichiarati scopi ‘educativi’...ah, se l’avesse sentita Rossellini!), a stonare è proprio il lavoro dei due premi Oscar coinvolti: Luis Bakalov e Vittorio Storaro. Il primo affossa letteralmente alcune sequenze con il solito coro minaccioso che canta in latino, ormai immancabile quando si parla di Controriforma, o cose del genere. Inaspettatamente piatta e risaputa risulta altresì la fotografia di Storaro, che invece doveva essere l’asso nella manica del progetto: il Re dei fasci di luce nel buio, finalmente alle prese con la storia del suo massimo pittore ispiratore – chiaro è l’intento, invero assai prevedibile, di illuminare e ‘fotografare’ ogni scena come fosse un quadro proprio del Caravaggio. Non possiamo non pensare al lavoro che Storaro aveva svolto con le tele del Goya che prendevano vita sullo schermo quando la mdp di Carlos Saura le ‘visitava’, nell’estasiante Goya in Bordeaux – non siamo certo a quei livelli, anche perchè da un po’ di tempo Storaro pare lavorare sempre allo stesso film: in più di una sequenza di questo Caravaggio ci sembrava di ritrovarci in qualche scena del prequel dell’Esorcista, ultima fotografia curata dal Maestro prima di questa fiction. Siamo sicuri che il cinema o la televisione dei giorni nostri abbiano ancora bisogno di una luce così ‘analogica’, dei riflessi giallini di Storaro, dei suoi fasci bianchi a illuminare porzioni di volto, dei suoi contrasti calcolati al millimetro, dell’aura patinata con cui avvolge i personaggi, dei seicento filtri e delle quattrocento correzioni di luminosità? Non è, questo modo di illuminare un film, già esso stesso ormai polveroso e musealizzato, tanto quanto l’immagine e la figura di Caravaggio che proprio questa miniserie avrebbe l’intenzione di ‘svecchiare’, ‘rendere viva’? Poi, insomma, noi lo si è visto sull’immenso schermo della Sala Grande dell’Auditorium della Conciliazione. Magari, in televisione, Caravaggio di Longoni, Ida di Benedetto, e Vittorio Storaro, viene fuori che è una meraviglia.

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