RomaFictionFest - "Vivo con gli occhi aperti": Masterclass con Margarethe Von Trotta
Il Festival tributa alla regista tedesca un Premio alla Carriera e per l’occasione presenta una retrospettiva dei suoi lavori per la tv più rappresentativi. Dopo la proiezione di Die Andere Frau, del 2004, l’autrice tiene una ‘masterclass’ con Steve Della Casa, in cui racconta appassionatamente il percorso che l’ha portata fino a questo tv movie.
Die Andere Frau: Maragarethe Von Trotta è sempre stata “l’altra donna” del cinema in Germania, la seconda a venire premiata a Venezia dopo Leni Riefenstahl – un lascito che l’autrice non ha mai gradito particolarmente: “tutta la nostra generazione di giovani cineasti ha sentito impellente il bisogno di rivoltarsi contro i propri padri, colpevoli di non averci raccontato la verità sul passato della nostra nazione, di averci nascosto deliberatamente tutte le storie di collaborazionismi e crimini orrendi che pesano come un fardello sulla nostra Storia. Quando sono andata a studiare a Parigi, i sessantottini mi hanno aggredita in quanto tedesca. Ho dovuto difendermi per la mia nazionalità: questo mi ha fatta sentire responsabile e in un certo senso anche colpevole di tutto il passato sanguinoso della mia Germania. Dev’essere forse per questo, che ho deciso di avvicinarmi al Cinema.” Il RomaFictionFest tributa a Margarethe Von Trotta un Premio alla Carriera, e per l’occasione presenta una retrospettiva dei lavori per il piccolo schermo più rappresentativi della regista. Dopo la proiezione proprio di Die Andere Frau, del 2004, l’autrice tiene una ‘masterclass’ con Steve Della Casa, in cui racconta appassionatamente il percorso che l’ha portata fino a questo tv movie di tre anni fa. Una storia in cui di nuovo si percepisce pesante e incombente un passato, che a conti fatti rappresenta il passato della Germania divisa dal muro (seppure: “non giro solo film storici!”, si difende Margarethe ‘Losa Luxemburg’ Von Trotta…), una history of violence fatta di doppie vite, spionaggio a favore di Berlino Est (“tutti noi ingenui sognavamo Berlino Est”), verità sottaciute che poi tornano a galla esplodendo in tutta la loro terribile crudeltà. L’uomo che Ivonne (Barbara Auer) crede di amare come suo marito, è in realtà una spia che in tempi di guerra fredda ha avuto un’esistenza parallela dall’altra parte del muro, in cui come Cary Grant in Notorius seduceva, conquistava ed addestrava donne avvenenti da infiltrare nelle sue missioni. La crisi della coppia è dietro l’angolo, nel momento in cui Ivonne viene a conoscenza della relazione tra suo marito e la spia che lo amava. Barbara Sukova, che interpreta questa ‘altra donna’, che sta scontando una pena in carcere, e durante l’ora di colloquio racconta la sua verità ad Ivonne che l’ha scovata, ha girato ben quattro film con la Von Trotta. “E’ un’attrice che secondo me avrebbe potuto lavorare con Ingmar Bergman”, dice di lei la regista. “Bergman è stato la mia prima fonte d’ispirazione, quando studiavo in Francia – ben prima della nouvelle vague, da cui noi giovani registi tedeschi abbiamo preso la libertà e la leggerezza del girare in esterni, e low budget. Io mi sono avvicinata al Cinema da attrice, facendo vari film con Fassbinder. Ho smesso di recitare dopo aver fatto il mio primo film da regista, e non sono mai comparsa in nessuno dei miei film, neanche in quelli che ho scritto. Si lavorava tutti gratis, o per compensi minimi. Eravamo un gruppo unito, che credeva nell’Arte, in quello che faceva. Come disse Werner Herzog in quegli anni, ci sentivamo gli illuminati continuatori della gloriosa tradizione del Cinema Tedesco degli Anni Venti: Murnau, Lang – tutti artisti che con l’avvento di Hitler hanno preferito lasciare la Germania.” Dagli inizi degli Anni Novanta, Margarethe Von Trotta si è dedicata parecchio anche a realizzare prodotti per la tv: “Non lo nascondo, è stata innanzitutto una necessità economica. Però devo dire che la prima volta che ho lavorato ad una fiction, venendo dalla realizzazione de La Promessa, 70 giorni di lavorazione con un budget importante, trovarmi di fronte a 90 minuti di film da girare in un mese con molti mezzi in meno, mi ha in un certo senso rieducata alla regia. Quando cominci a lavorare in maniera assidua ad un certo livello, infatti, i progetti che affronti non fanno che diventare sempre più dispendiosi, sempre più imponenti. Il passaggio dai 35 ai 16 mm mi ha fatto passare la sbornia da kolossal.”
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