RomaFictionFest - "Napoli a tre ore e mezza dall'Europa". Incontro con Sergio Castellitto
Schierato insieme al cast di “O' Professore”, Sergio Castellitto incontra i giornalisti del RomaFictionFest, per parlare del suo ruolo di insegnante nella miniserie che andrà in onda il prossimo autunno su Canale 5. Inevitabili le riflessioni sulla difficile realtà napoletana e sull'impegno sociale di cui il piccolo schermo deve farsi testimone
La storia del cinema e della letteratura è piena di insegnanti impegnati nel sociale. É facile perciò, per questi film concentrati sulla figura di un singolo ed orientati verso tematiche impegnative, scivolare nella retorica. Come sei riuscito ad arginare questo rischio?
S.C. Il rischio è quello della cosidetta sindrome da “libro cuore”. Anche Napoli è un enorme serbatoio di retorica, ma è riuscita in questo caso ad essere controcampo di essenzialità. Napoli, a due ore da Roma e a tre ore e mezza da Milano e dall'Europa. Se vogliamo sperare che l'Italia vada bene, allora anche Napoli deve stare bene, il laboratorio dell'Italia intera. Spero che il palinsesto difenda questo film con onore, perchè quando si produce qualcosa, bisogna crederci fino in fondo.
Perchè parla in questi termini? Ha avuto forse la sensazione che le cose stiano andando diversamente?
S.C. In generale non mi sembra che la TV abbia dato grande prova di coraggio ultimamente. Nonostante la mole indescrivibile di fiction che vengono prodotte, l'interesse generale per questi progetti è sempre inferiore a quello dimostrato per altri format, come quello dei reality per esempio. Chi la televisione la fa, deve assumersi la responsabilità del ruolo culturale che deve ricoprire, cosa che non esclude, anzi va di pari passo, con l'idea di una televisione popolare.
Questo soggiorno ha modificato e se sì in che modo la sua idea di Napoli?
S.C. É una città che non lascia molto spazio all'ottimismo, ma come ogni artista che si rispetti, ho il dovere di mettere la crisi allo scoperto, per poi pensare a ripartire con la ricostruzione. C'è una cosa che mi emoziona particolarmente dell'adolescenza napoletana: l'abitudine all'abbandono che si porta negli occhi. Mi piacerebbe molto poter fare altre due puntate di questa serie, proprio per poter seguire questi ragazzi in questo momento di passaggio così importante.
É il regista Maurizio Zaccaro poi, a voler parlare di quel ponte mai terminato, anch'esso protagonista della storia e simbolo della rottura tra una Napoli e l'altra.
M.Z. É un'immagine emblematica quella di questo ponte diroccato, davanti al quale mi sono trovato durante i sopralluoghi. Ho pensato che quella casa che gli si affacciava di fronte sarebbe stata il simbolo di tutta Napoli, di quel suo essere stratificata e spezzata dal di dentro, in lotta con se' stessa.
In ultimo prende la parola Stefano Rulli, lo sceneggiatore della serie, per fare luce sui motivi che hanno portato alla realizzazione della fiction.
S.R. Siamo partiti da una base molto forte, per cercare di raccontare non solo la disperazione, ma anche la vitalità e l'energia che questi ragazzi esprimono, facendo leva anche su momenti divertenti, da commedia. Volevamo che il rapporto che questo professore ha con i giovani fosse libero, fatto di confronti, ma soprattutto di scontri, per dire al mondo fuori che si può cambiare. É questa volontà di cambiamento, non solo la speranza che qualcosa di diverso possa accadere, quella che abbiamo voluto mettere al centro del nostro progetto, della nostra sfida. Insieme alla verità, che in qualche modo va testimoniata sempre, anche quando sono i nostri stessi errori a dover venire fuori. Il professore non è un personaggio retorico, proprio perchè è stato lui stesso a sbagliare. Ed è da questa consapevolezza che trae la forza per aiutare i suoi alunni.
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