FILM IN TV - "Ultimo III L'infiltrato", di Michele Soavi
Ultimo III non è un prodotto televisivo, una fiction, e nemmeno una serie. Si tratta dell'apparizione fulminante di un cinema che oggi in Italia non si ha più il coraggio di fare. Soavi accumula accensioni liriche strazianti e manipolazioni fisiche di una materia sempre in fibrillazione, coniugando classicità e frammentazione, accelerazione e stasi

Ultimo III-L'infiltrato non è un prodotto televisivo, non una fiction, e nemmeno una serie. Si tratta dell'apparizione fulminante e concisa di un cinema che oggi in Italia non si ha più il coraggio di fare e dunque di uno sguardo per certi versi alieno, deforme, persino sconcertate, come sempre accade quando dalle ceneri quiete di un mondo buio (quello della fiction italiana di oggi) esce fuori un alito di vista che rompe la monotonia mortuaria di sguardi precotti. L'opera di Soavi allora (terza serie preceduta dal grande successo delle precedenti due) si insinua bruscamente nel palinsesto televisivo adombrando tempo e spazio e formulando ipotesi di sguardo nate dai cascami dei set precedenti. La prima parte dell'opera infatti pare riciclare distanze abissali e nevrotiche punte di rottura che disperdono la prsenza hic et nunc nella giungla del Guatemala (Raoul Bova, chiamato appunto dai compagni "Ultimo" che salva un bambino tirandolo fuori da una strage) per poi riavvicinarsi al punto nevralgico della narrazione con la presenza sfuggente e brevissima del sempre grande Tirabassi (il commissario Ardenzi di Distretto di polizia), peraltro ucciso quasi subito da alcuni malviventi a cui stava addosso. Ecco allora, nel giro di pochi minuti Soavi accumula accensioni liriche strazianti e manipolazioni fisiche di una materia sempre in fibrillazione (il tempo dilatato della morte di Tirabassi), coniugando classicità e frammentazione, accelerazione e stasi, in un turbine di fuochi visivi che la macchina da presa segue, scivolando nervosa e veloce. Quando poi Bova (muscolare e incisivo come sempre), dopo essersi meritato la fiducia di un boss conosciuto in carcere, si avvia con i figli dello stesso in casa loro, passando per Capaci, il cinema di Soavi comincia ad offrirsi ai nostri occhi come esercizio di morte al lavoro (lo sguardo sofferto e doloroso di Bova alla corona posta sull'autostrada in cui Falcone perse la vita), luogo di rifrazioni malinconiche e romantiche poste nel bel mezzo del dopo storia, laddove tutto è accaduto e dove continuano a perdurare i segni di un ricordo straziante. Sotto questo aspetto allora Ultimo III è innanzitutto un'opera di interni (i fraseggi oscuri e angoscianti con cui Bova inserisce in casa dei mafiosi le cimici con cui ascoltarli, le cene consumate tra coloro fra cui si è infiltrato e che poi dovrà tradire), ma rappresenta anche l'esposizione ad un esterno siciliano come rarefatto, immobile, glaciale, ben lontano dalle atmosfere di carne e sangue de Il commissario Montalbano. Non è allora un caso che lo stesso protagonista sconti una mancata focalizzazione della vista riducendosi sempre a degenerazioni voyeuristiche della stessa (quando spia i mafiosi russi dal bagno di un ristorante, quando si limita a parlare il meno possibile, ascoltando e studiando il suo avversario), attraverso geografie di morte che pulsano di vita ardente e nascosta. Se infatti la latitudine fisica di Soavi corrisponde ad un grande uso degli spazi e dei set in cui consumarli (vicino in questo senso alla lezione del grandissimo Castellari), è anche vero che la mappa sensoriale del mondo filmato è come sempre decentrata dalla sola azione fisica, in favore di un ripiegamento sublime e struggente in silenzi che rompono ogni forma d'eloquenza possibile (l'ammutolirsi del gruppo di Ultimo davanti alla morte in video di Tirabassi, gli sguardi infuocati tra il sempre sublime Sperandeo, capo della cosca, e lo stesso Bova) e soprattutto in traiettorie eteree e luminose su cui procede il mancato melò dell'opera, quello appunto tra il protagonista e la figlia del malvivente. E' una scintilla ritardata, un gesto gentile, un accarezzamento di corpi in bilico tra salvezza e dannazione, vita e morte, libertà e prigionia. In questo dorato ed enigmatico alveo di frasi spezzate e desideri infranti, Soavi costruisce un mosaico visivo che annulla ogni pretesto narrativo per rilanciarsi con tutto il corpo nel desiderio di un amore spasmodico e febbrile che impregna la precisione infallibile del corso narrativo e la spiegazione minuziosa e attenta del carattere del protagonista (peraltro ispirato a una persona reale), per caracollare poi nell'esitazione primigenia e poetica di un moto improvvisamente infantile (i dialoghi sulla luna e sulla sua misteriosa origine). E' proprio in questo senso allora che Ultimo III rappresenta appieno tracce di un mondo destituito di ogni complicazione, di ogni gioco di scrittura, di ogni tentazione doppiogiochista per affermarsi sulle nostre sponde emozionali come eterno incanto di un sussurro che ci parla di vita, di morte, di amicizia, di fedeltà. Un fuoco sempiterno (l'ultima sequenza con l'accendino posto sulla tomba di Tirabassi) che scalda il cuore, bruciando il corpo.
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