"Non ti muovere" di Sergio Castellitto

La composizione dell'universo di morte che sottende l'opera risponde sempre ad una premeditazione che non ci lascia mai veramente liberi di entrare all'interno di una visione che sembra riavvolgersi su se stessa, in un cortocircuito di forme che si impongono con invadenza, quali estratti vitrei e asettici di uno sguardo che manca di istintualità.

"Non ti muovere" è un monito, un grido, una preghiera sussurrata al vento, un intreccio di vite che rincorrono un'unica morte. Il cinema di Castellitto si muove in apnea, lungo le didascalie di una corsia ospedaliera rivissuta come pensatoio intimo e doloroso di una vita sospesa, attaccata al labile margine del racconto di sé. L'inizio dell'opera in questo senso si staglia come limbo di pura attesa: attesa del semaforo che lampeggia bui segnali di morte, ma ancor di più attesa che si palesi finalmente un corpo. Castellitto lavora sin da subito sull'intersecarsi di vita e morte, speranza e dolore, e sembra rimettere in moto la stessa esistenza negata dalle immagini in un profluvio di ricordi, rischiarati da flashback allusivi e chiaramente didascalici. In questo frangente lo sguardo di Castellitto non sembra mai riuscire ad impossessarsi pienamente di se stesso. Ondeggia infatti nelle stazioni altisonanti di un set per certi versi ovvio (la sequenza iniziale con l'incidente della figlia del protagonista), non facendo altro che costruire preziosi e vacui sottotitoli attraverso cui leggere l'immagine. Specialmente infatti nella sezione relativa al passato del protagonista Timoteo segnato dalla storia d'amore con Italia (interpretata da Penelope Cruz), si ha come l'impressione che lo sguardo del regista rinunci per certi versi a raccontarsi, obbedendo invece alla volontà di mettere in scena il testo della moglie Margherita Mazzantini, adornandolo con punte calligrafiche anche potenti, ma assolutamente vitree, lontane insomma da ogni forma di vera partecipazione autoriale. I corpi di Timoteo, di Italia, della stessa figlia del protagonista sembrano così in ostaggio di un gioco prettamente letterario che confonde vita e morte, ma sempre in modo eccessivamente pulito, come se il cinema in fondo pazzo e a tratti irriverente dell'autore di Libero Burro si fosse qui sublimato in omaggio pedissequo ai luoghi di una scrittura eccessivamente presente. Ecco, di fronte all'eccessiva pignoleria che si avverte in tanti dettagli (dallo studiatissimo decor, alla movimentazione emozionale del racconto, sino alla posticcia e costruitissima Cruz qui reinventata con un pesantissimo trucco), si respira la presenza di un cinema in fondo artefatto, ondeggiante sui panneggi esasperati di un melò come mimato in superficie (la fisicità anche debordante delle scene di sesso, la violenza scenica dello stesso Castellitto che spesso oscura il suo stesso personaggio), mai vissuto con un'intensità davvero lacerante. In questo senso allora la composizione dell'universo di morte che sottende l'opera risponde sempre ad una premeditazione che non ci lascia mai veramente liberi di entrare all'interno di una visione che sembra riavvolgersi su se stessa, in un cortocircuito di forme (dalla periferia pseudo pasoliniana in cui vive Italia, all'agiatezza borghese di Timoteo) che si impongono con invadenza, quali estratti vitrei e asettici di uno sguardo che manca di istintualità.

Regia: Sergio Castellitto

Soggetto: Margaret Mazzantini, tratto dal suo testo omonimo

Sceneggiatura: Margaret Mazzantini, Sergio Castellitto

Fotografia: Gianfilippo Corticelli

Montaggio: Patrizio Marone

Musiche: Lucio Godoy

Scenografia: Francesco Frigeri

Costumi: Isabella Rizza

Interpreti: Sergio Castellitto (Timoteo), Penelope Cruz (Italia), Claudia Gerini (Elsa), Angela Finocchiaro (Ada), Marco Giallini (Manlio), Pietro De Silva (Alfredo), Vittoria Piancastelli (Raffaella), Elena Perino (Angela), Renato Marchetti (Pino il barista)

Produzione: Riccardo Tozzi, Giovanni Stabilini, Marco Chimenz per Cattleya/Medusa Film; Francisco Ramos Per Alquimia

Distribuzione: Medusa

Durata: 125'

Origine: Italia, 2003

 

 

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