VENEZIA 64 - "Les Amours d'Astrée et de Céladon", di Eric Rohmer (Concorso)
Arcadia “fantastica”, tra romanticismo e quel celeste confine dell’orizzonte cinematografico. Rohmer, maestro della soglia. Stavolta sembra chinarsi sul minimo, sul gioco, la favola leggera, mai dando la sensazione di essere giunto al limite: i suoi confini sono sempre altri luoghi da scoprire, passaggi, transiti, sortita e ritorno
Nella Gallia dei Druidi del V secolo, tra le radure idilliache e le colline dell’Alvernia, persi d’amore sono il bellissimo pastore di nobili origini Céladon e la giovane pastorella Astrée. Ingannata da un pretendente e convinta di essere stata tradita dal suo amore, la donna pone fine alla sua relazione con Céladon che non perde tempo a tentare il suicidio. Salvato dalle ninfe, che bramano per lui, è costretto a far voto di non riapparire più davanti ad Astrée. Céladon in ogni modo proverà a raggirare la sua promessa, cercando di farsi riconoscere dall’amata in ogni modo. Il genio di Rohmer, Leone d’Oro alla carriera nel 2001, torna in concorso con la trasposizione di un romanzo del XVII secolo di Honoré d’Urfé, ispirato alla mitologia greca. Arcadia rohmeriana, tra fantasy, romanticismo e quel celeste confine dell’orizzonte cinematografico. Rohmer è il maestro della soglia. Stavolta sembra chinarsi sul minimo, sul gioco, la favola leggera, mai dando la sensazione di essere giunto al limite: i suoi confini sono sempre altri luoghi da scoprire, passaggi, transiti, sortita e ritorno. Rohmer come pochi rendo ciò che è certo incerto, enigmatico l’ovvio, il banale: rende il nostro mondo misterioso, teatro delle questioni ultime, non negoziabili, che riguardano il bene e il male, l’umano e il divino, la potenza e l’impotenza. Nelle forme geometriche circolari dei castelli, della radura, e triangolari delle capanne, è un movimento costante che attrae e respinge come in Lang o come in Hitchcock. Con Rohmer sembra di vivere sospesi o in bilico nel mondo immaginifico e reale del cinema, nel luogo paradisiaco del vero cinematografico che non mostra la definitiva perfezione, ma l’incompiuto: non rinvia all’oltre per raggiungere la pacificazione. Rohmer rivela la fragilità del mondo in un sapere dissonante, spezza la falsa e aberrante totalità del reale, che si manifesta in una presunta e ingannevole bellezza puramente estetica e statuaria, per restituire ai nostri sensi la verità, come il saper sentire un fiume che scorre, un gallo che canta, una foglia che si adagia violentemente, un cuore che palpita. L’approssimarsi della lontananza è per Rohmer sempre un movimento reciproco: l’immagine si avvicina a ciò che è lontano, ma ciò che è lontano si avvicina a noi.
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