VENEZIA 64 - Un film è un film può porre domande, ma senza esagerare - Incontro con Ken Loach
Ken Loach continua ad arricchire il suo percorso d’autore attraverso un cinema che divide più che unire. Nel suo pensiero il futuro del cinema non è soltanto legato alle prospettive dei cineasti, ma anche il pubblico ha una sua responsabilità in queste scelte future.
Il regista inglese con It’s a free world… torna qui Venezia nella principale sezione della Mostra. La storia di Angie, che lavora sistemando lavoratori immigrati in attività estremamente precarie, ha ricevuto gli applausi del pubblico. Come sempre accade il cinema di Loach si apre contraddizioni, piuttosto che allentarle. Il tempo concesso per l’incontro permette di chiarire alcuni aspetti del film che più di altri scavano dentro questi conflitti che il suo cinema provoca.
I temi dei suoi film sono universali, questo ha un titolo perfetto e riesce a raccontare molto bene le imperfezioni di questa società occidentale, ma pare che la sua visione sia più cupa e pessimista di qualche anno fa.
I film che faccio di solito raccontano storie che succedono e soprattutto vogliono provare a raccontare il riflesso che hanno sulle persone e quindi, indirettamente, raccontano anche il riflesso che hanno sulle nostre vite. In questo senso denunciano anche il tipo di società che stiamo costruendo. Per cui non credo di essere diventato più cupo o più pessimista forse sono solo più realista. In fondo in questo film le due protagoniste fanno esattamente ciò che questa società vuole che loro facciano. Poi, invece, c’è qualcuno che crede ancora in altri valori, differenti. Nel film uno di questi è il padre di Angie che rappresenta coloro i quali hanno ancora la voglia di combattere per riaffermare questi differenti valori.
Proprio rimanendo su questo argomento ci può dare qualche chiarimento sulla logica che guida i personaggi, non possono godere di una totale simpatia da parte del pubblico.
Ciò che Angie fa e per una certa parte anche Rose, è esattamente ciò che la stampa di destra vuole che si faccia. Questo accade da noi come qui da voi. Si tratta di una richiesta implicita. In fondo non mi stupisco, è questa la logica del profitto ed è la stessa logica che spinge Angie a comportarsi così. Ma tutto ciò, sinceramente, non mi sembra straordinario lo si legge ogni giorno sui giornali.
Ma la sua simpatia verso quale personaggio si dirige?
Penso che un film vada visto dal punto di vista di tutti i personaggi e che lo spettatore si debba mantenere in contatto con tutti durante la sua visione. In realtà, per esempio, per quanto riguarda il personaggio di Angie, non va perduto di vista il fatto che è una donna che ha la responsabilità di un figlio di 12 anni e questo per lei rappresenta un problema. Comunque se proprio devo dirlo ho simpatia per la protagonista.
Come mai questa volta una parte così difficile e un po’ da carogna è toccata ad una donna?
Ho avuto occasione di parlare con molte persone prima della realizzazione di questo film e la maggior parte di loro mi ha confermato che molte donne lavorano in questo settore, ma non fa differenza, avrebbe potuto anche essere un uomo.
Sette anni fa lei ha diretto Bread and roses oggi c’è meno pane e meno rose e tra altri sette anni?
Dipende come nel frattempo ci organizziamo. Penso che ci troviamo in un momento in cui la situazione sia davvero dinamica nel senso che può prendere l’una o l’altra direzione. Credo che dipenda anche da voi, da chi vede i film, che tipo di storia racconteremo tra dieci anni, non soltanto da chi i film li realizza.
Secondo lei un cinema come il sopperisce all’informazione e qual’è il futuro di questo cinema che possiamo chiamare socialmente impegnato?
Credo che un film sia solo un film e più che altro può porre delle domande al pubblico e già se riesce a suscitarne qualcuna ha raggiunto un suo scopo. Ma piuttosto ci dobbiamo chiedere se questo possa costituire un progresso quando c’è gente che guadagna meno di 5 euro al giorno e chi in una settimana ne realizza quarantamila. Non credo che questo sia un modo corretto di procedere e tutti dovremmo fare qualcosa perché tutti possiamo farlo.
Restando in argomento e per entrare più nel particolare: le multinazionali, qui abbiamo film sulla guerra in Iraq, nel suo una descrizione di alcuni processi economici, ma è ancora utile questo tipo di cinema nell’era di internet che fa anche controinformazione?
Penso che il cinema è e resterà sempre un media importante e forse anche più degli altri. Certo oggi sono apparsi nuovi media e bisogna tenerne conto, ma il cinema, come il teatro
È un’esperienza collettiva e sarà sempre molto importante per tutti. Il film è un oggetto complesso sia nella sua realizzazione, sia nella sua fruizione ed è per questa ragione che dà più della pubblicità e non può solo limitarsi alla denuncia.
Tra la scrittura di Paul Laverty e la sua regia pare esserci un solo cuore, una sola anima e un solo corpo come può accadere questo?
Tutto ciò accade soprattutto dopo una conversazione sul calcio o dopo o durante un caffé oppure quando si fa un passo avanti due indietro sulla storia, sul profilo dei personaggi. Il film è costato molti mesi di lavoro e sottolineo che si tratta di un lavoro collettivo, non è come per un romanzo o per un quadro che è il frutto della fatica di una sola persona. Nel cinema bisogna raccogliere il lavoro di tutti e riuscire a dare allo spettatore una percezione unica. Il problema è sempre quello di mettere insieme tutto questo.
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