VENEZIA 64 - "La pluie des prunes", di Frederich Fisbach (Giornate degli Autori)

Un film non risolto – volutamente, nel finale aperto ma allo stesso tempo dolcissimo; nell’autobiografismo lost in translation della vicenda narrata; nella scelta dell’evento ‘piccolo piccolo’ che racconta; nella vacuità irrimediabile di un risveglio quasi oliversacksiano, occasione per il protagonista di rivalutare la desolata aridità della sua esistenza

francois e tina a tokyoGilbert Melki, star francese della commedia romantica (Confidenze troppo intime, Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano, Angel-A), abbandona la recitazione sopra-le-righe tutta smorfie ed ammiccamenti in cui l’avevamo visto prodursi per l’odioso L’uomo medio + medio di Pierre-Paul Renders, e torna ai toni agrodolci e alla verve stralunata che lo hanno reso ‘famoso’ in patria, in questa bella opera prima per il cinema di un regista teatrale specializzato in originali allestimenti franco-giapponesi, il quarantenne Fred Fisbach. E tutto il film sembra svolgersi secondo le direttive di un autobiografismo lost in translation, narrando delle surreali e comiche difficoltà affrontate da Francois (Melki), autore teatrale chiamato a supervisionare le prove della messinscena di un testo ispirato alle sue opere da parte di una compagnia di Tokyo. Le distanze culturali. linguistiche e comportamentali, nella pratica e nella ‘teoria’, paiono abissali, incolmabili, irrisolvibili. E infatti La pluie des prunes (“la pioggia delle prugne” è come viene chiamata in Giappone la stagione in cui Francois si trova a soggiornare a Tokyo) resta un film non risolto – volutamente, nel finale aperto ma allo stesso tempo dolcissimo, una scene at the sea vista come chiaro omaggio all’autore (cinematografico? teatrale?) giapponese più influente dell’ultimo quindicennio (successivo ad una sequenza onirica che richiama le visioni felliniane da otto e mezzo sui tormenti di un autore...); ma soprattutto per la scelta dell’evento ‘piccolo piccolo’ che racconta, e che in realtà risulta molto più centrale delle scenette alla Bill Murray con gli attori che provano il testo del protagonista in un idioma per lui incomprensibile – Tina (Adriana Asti), l’anziana nonna di Francois, muta e quasi sempre ‘assente’ perchè colpita da ictus, che l’autore si è portato dietro a Tokyo (la donna non è autosufficiente), all’improvviso tra una passeggiata e l’altra in quelle strade sovrappopolate e straniere ricomincia a parlare, in una sorta di grammelot di lingue differenti (francese, inglese, tedesco, italiano). E piano piano, comincia anche a ricordare – frammenti di un passato, fatto di viaggi e vite in tante città diverse, che coinvolgono Francois, e lo scuotono emotivamente. Come la vacuità irrimediabile di quel risveglio quasi oliversacksiano – un’occasione per il protagonista di rivalutare la desolata aridità in cui era sprofondata la sua esistenza.

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