VENEZIA 64 - "Oggi tocca a noi artisti fare del giornalismo": incontro con Paul Haggis
Lo sceneggiatore preferito da Eastwood sbarca al Lido a presentare la sua nuova fatica da regista, In the Valley of Elah, in Concorso alla Mostra: un thriller sorprendente e serrato di cui l’autore si serve per una dura critica alla politica estera americana, e alla guerra in Iraq: “adesso siamo noi artisti che dobbiamo divulgare la Verità”.
“In un tempo di crisi e di guerra, come il nostro, tutti i film sono politici. Potrei scrivere o dirigere un musical, come mio prossimo progetto, ma anche quello sarebbe un lavoro politico. E questo non significa che la mia opera sia ‘di parte’ – nonostante ciò, mi sembra abbastanza ovvio quale sia la mia posizione, all’interno di In the Valley of Elah: è noto a tutti di quali convinzioni io sia.” Paul Haggis sbarca al Lido a presentare la sua nuova fatica da regista: un thriller sorprendente e serrato di cui lo sceneggiatore si serve per una dura critica alla politica estera americana, e alla guerra in Iraq: “non importa se lo spettatore sia d’accordo o meno con le accuse mie e dei miei personaggi nel film: quello che conta è che tutti noi siamo responsabili in egual modo di fronte a ciò che sta accadendo”.
Il Premio Oscar conquistato da Crash l’ha aiutata a trovare i finanziamenti e le disponibilità produttive per realizzare un film scomodo come questo?
Haggis: Certo che m’ha aiutato – in verità vi dico: io lavoro nel Cinema solo per guadagnare montagne di soldi, e vincere una decina di Oscar! (ride divertito) Tornando ad essere seri, la verità è che io mi batto solo per progetti che mi toccano profondamente fin dentro al cuore. Ai tempi della partecipazione statunitense al conflitto vietnamita, l’America era piena di valorosi giornalisti che ci raccontavano giorno dopo giorno una verità cruenta e sconvolgente che non volevamo sentire. Oggi non è così: è per questo che si fanno già tanti film che condannano la guerra in Iraq, mentre i grandi classici sullo ‘sporco Vietnam’ sono tutti posteriori alla fine del conflitto – ai giorni nostri tocca a noi artisti divulgare la verità. Certo, rimane sempre molto più facile riuscire a rendere accettabile e giustificabile la violenza nei confronti, per esempio, dei nazisti o degli aguzzini dei Lager, piuttosto che la violenza evidente di questa guerra di oggi.
La lavorazione del film è stata preceduta da un minuzioso lavoro di documentazione e ricerca sul conflitto iracheno…
Haggis: Come artista, il mio compito è porre delle domande, non conoscere le risposte. Ho avuto allora bisogno di qualcuno che ne sapesse più di me sull’Iraq, per prepararmi a questo film. Tutti i gruppi di reduci militari che abbiamo intervistato, sono stati fondamentali per capire come muoverci all’interno di questo microcosmo di veterani tornati dalla guerra sconvolti e traumatizzati. Le proiezioni in anteprima del film organizzate in esclusiva per i reduci che ci hanno aiutato nella realizzazione sono andate tutte benissimo: i soldati hanno risposto in maniera più che positiva a quello che vedevano riprodotto sullo schermo.
Paul Haggis continuerà allora in futuro ad essere un autore engagè…
Haggis: credo che all’Umanità resti ben poco tempo. E sono altrettanto convinto che questa piccola parte di Storia che ci resta vada utilizzata nel miglior modo possibile.
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