VENEZIA 64 - "It's A Free World..." di Ken Loach (Concorso)
Dopo aver trattato il problema dell’integrazione etnica e religiosa, Loach parla di immigrazione clandestina e delle distorsioni del mercato del lavoro. Un film, come al solito, saldamente ancorato al presente, che riesce a delineare un personaggio complesso, contraddittorio, spesso sgradevole
Forte della Palma d’oro conquistata nel 2006 con il film precedente, Il vento che accarezza l’erba, Ken Loach presenta in concorso la sua ultima opera, It’s A Free World..., dove torna ad analizzare i problemi e le contraddizioni della contemporaneità. Angie (Kierston Wareing) è una giovane e avvenente ragazza madre, che lavora in un’agenzia di collocamento impegnata a reclutare manodopera dall’Europa dell’Est. Dopo aver rifiutato le avances dei superiori, viene licenziata. E’ l’ennesimo fallimento lavorativo. Stanca di essere sfruttata e gettata via alla prima occasione, decide di mettersi in proprio e, in società con l’amica Rose, apre un’agenzia di lavoro interinale. Dapprima rifiuta la manodopera clandestina, ma a poco a poco, tra un’irregolarità e l’altra, si mette nei guai. Dopo aver trattato il problema dell’integrazione etnica e religiosa in Un bacio appassionato, Loach torna a parlare d’immigrazione, ma adotta un punto di vista esplicitamente “interno”, quello di una ragazza bianca, inglese. E riesce a delineare un personaggio complesso, contraddittorio, francamente sgradevole. Angie è una donna fregata dalla vita e vittima dei meccanismi perversi del mercato del lavoro, ma invece di maturare una coscienza critica sulle iniquità del sistema, vi si adatta completamente, sino ai limiti della crudeltà. Ogni scrupolo è messo a tacere dal desiderio di una "sicurezza" economica per sé e per il figlio. In fondo, pur con le dovute differenze, Angie non è diversa dai soldati di Brian De Palma e Paul Haggis, proiettati loro malgrado in un degrado morale che sembra senza vie d’uscite. Loach, insieme al fido Paul Laverty, sembra ritrovare nei rapporti tra i personaggi la complessità di scrittura e di sguardo dei suoi momenti migliori, dopo lo schematismo programmatico delle sue ultime prove. E’ critico, si schiera apertamente dalla parte dei più deboli, ma non condanna e non indica vie o strade alternative. Rimane comunque ideologicamente e stilisticamente fedele a se stesso, alla convinzione di un cinema come “mezzo” che affondi le mani direttamente nelle cose del presente. Un cinema che non è politico, ma fa politica e che, proprio per questo, si può condividere nel merito, ma non si può amare. Di certo, però, un cinema a cui vanno riconosciute una coerenza e un’onestà rare.
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