VENEZIA 64 - "Bianciardi!" di Massimo Coppola, Alberto Piccinini (Giornate degli autori)

Il ritratto di Luciano Bianciardi viene accennato senza la pretesa di esaurire la parabola di una vita in sessanta minuti, ma sfiorando piuttosto gli aspetti più aguzzi e disordinati della sua personalità, attraverso ricordi amorevoli, ma non concilianti, di coloro che toccarono con mano tanto una vitalità insopprimibile quanto una dolente autodistruttività.

Luciano BianciardiPer “Bianciardi!” Coppola e Piccinini scelgono il bianco e nero, dal quale lasciar affiorare fronte, occhi e bocca dei testimoni della vita (e della morte) dello scrittore e traduttore Luciano Bianciardi: la compagna, la figlia, artisti e intellettuali che condivisero con lui il moralismo italiano dei ’50, che nei loro ricordi si soffermano spesso sulla contraddizione costantemente vissuta da quello che nel documentario viene definito scrittore d’avanguardia, ma al tempo stesso non facilmente esauribile o collocabile in un preciso percorso letterario – B. fu tra l’altro importante traduttore e divulgatore di immensa letteratura americana, da Steinbeck a Henry Miller, da Faulkner a nomi legati alla beat generation). Un conflitto tra spazio vitale e possibilità di azione che viene messa in luce proponendo tra una memoria e l’altra il paesaggio della provincia toscana in cui B. nasce, cresce, si dedica all’organizzazione di un cineclub a Grosseto (dolce Toscana, in cui “anche la noia” diventa dolce, certamente meno dolce nell’attimo in cui viene rievocata la tragedia della miniera di Ribolla, nella quale persero la vita 43 minatori, evento che non mancò di segnare la sua sensibilità artistica e umana) e in contrasto, partendo dalla stazione centrale, le rigide architetture milanesi, a ricordare un rapporto ambivalente anche con la stessa città di Milano, che pure gli aveva spalancato le braccia, come ricorda la compagna Maria, Musa piuttosto atipica, non compiacente, non asservita, conquistata nel giro di una cena dalla lettura di una poesia dall’Antologia di Spoon River e presenza “agitata” nella biografia dello scrittore. La città di Milano assume il ruolo di protagonista nel documentario, diventando - a seguito di un periodo di stenti, ma in fondo anche di vitalità e di energia - il fulcro della sua attività, il teatro del suo riconoscimento, di un successo improvviso, del cabaret allo storico Derby, ma anche di una discesa amarissima in un’autodistruttività senza rimedio, guidata da uno spirito alcolico che non aveva più nulla di dionisiaco, di creativo, ma si rivelava soltanto la tempesta che lo avrebbe condotto alla morte - quella Milano che in definitiva restava per lui un luogo aspro e duro, custode di una “vita agra”. Il ritratto di Bianciardi viene tratteggiato senza la pretesa di esaurire la parabola di una vita in sessanta minuti, ma sfiorando piuttosto gli aspetti più aguzzi e anarchici della sua personalità, dall’esperienza della collaborazione nella neonata Feltrinelli, (B. non si esimeva dal mettere ironicamente in dubbio la pretesa del giovane Giangiacomo di mantenere un equilibrio tra la sua posizione di imprenditore miliardario e un’istanza di democratica eguaglianza tra principale e dipendenti) ai tentati suicidi, dalla visione lucida della cultura del tempo e delle sue possibili evoluzioni al lavoro di traduzione che occupò la gran parte della sua vita e che finì per assumere i lineamenti di un compito soffocante, contrario al movimento e all’esigenza di movimento che pungolava un Bianciardi sfrenato, assetato di vita, fino al rapporto tormentato con la prima moglie e la figlia Luciana, in particolare con quest’ultima, legame su cui si proietta l’ombra di un uomo che sembrava perennemente a corto di continuità, della possibilità di trovare una stabilità – geografica e interiore.
 
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