VENEZIA 64 - "The Assassination of Jesse James by the Coward Robert Ford", di Andrew Dominik (Concorso)
Dominik trasforma il personaggio del bandito più famoso dell’epopea western in un specie di demone visitatore bergmaniano, nuovo Joe Black dispensatore annunciato di morte: un dramma da camera con una vera penuria di esterni, nonché di uccisioni, duelli o sparatorie, un film immerso nella notte fotografata da Roger Deakins che pare teatro di posa.
I temutissimi fratelli fuorilegge Frank e Jesse James si ‘ritirano’ dai pericoli delle scorribande a scopo di rapina dopo un ultimo e ben poco ‘appagante’ assalto notturno ad un treno portavalori, magistrale sequenza d’apertura del film dove Roger Deakins (abituale direttore della fotografia per i Coen, al Lido anche come cinematographer di In the Valley of Elah di Haggis) ha modo di mostrare la strabiliante alternanza di luci spettrali e perfettamente definite stagliate sullo sfondo nero di una notte che pare teatro di posa con cui illuminerà le numerose sequenze buie successive, incredibilmente evocative come pure i campi lunghi su paesaggi innevati, sorta di ripresa in negativo delle scene di notte, perché stavolta tutto è bianco mentre questi nuovi Cavalieri dalle Ombre Lunghe sono neri come l’abisso, completamente abbigliati di abiti scuri, a cavallo di ronzini pandant. La banda di briganti di mezza tacca al seguito di Jesse James si disperde per il vecchio West, a nascondersi dalle forze dell’ordine nei casolari in mezzo ai campi coltivati – uno ad uno, gli scavezzacollo verranno visitati dalla figura oscura, minacciosa e quasi ‘da un altro mondo’ di Jesse, che sospetta un tradimento dei suoi allo scopo di incassare la taglia che gli pende sulla testa. Dominik trasforma così il personaggio del bandito più famoso dell’epopea western in un specie di demone bergmaniano da Settimo Sigillo, dispensatore annunciato di morte che per Brad Pitt si rivela infatti essere un ritorno alla sua interpretazione da protagonista in Meet Joe Black di Minghella: e il film prodotto da Ridley Scott (con Tony come executive producer) aggiorna, variandola in un dramma da camera con a conti fatti una vera penuria di esterni, nonché di uccisioni, duelli o sparatorie, una delle vicende-topoi più sfruttate dal cinema hollywoodiano dai tempi de La Conquista del West di Cecil B. De Mille sino a Gangs of New York di Scorsese (passando dall’insuperato, abissale Wild Bill di Walter Hill, di sicuro più vicino a questo film che The Long Riders): giovane ambizioso è convinto che uccidendo il proprio Mito ne prenderà il posto, assurgendo ad idolo delle folle, e leggenda vivente. L’alta tensione è anche stavolta garantita dal clima di paranoia continua: Bob Ford, il ragazzo al seguito dei malviventi che ha venduto Jesse James agli agenti del governo che stanno per incastrarlo, sospetta che il bandito abbia intuito il suo tradimento, e stia aspettando il momento giusto per agire di conseguenza, dimostrandosi all’apparenza ignaro di tutto: la tensione emotiva che ne deriva non è sufficiente ad evitare che il film abbia un paio di momenti di empasse lungo i suoi 155’ di durata – anche perché Brad Pitt è uno Jesse James abbastanza spento, soprattutto in confronto alle validissime interpretazioni di tutto il cast di supporto, da un sorprendente Casey Affleck nel ruolo della vita di Bob Ford, sino a Sam Rockwell che ha una formidabile uscita di scena, via Sam Shepard che fa un Frank James dolente e disperato per una decina di minuti all’inizio dell’opera. Dominik tira fuori un’improvvisa e inaspettata deriva struggente nella parte di film successiva all’assassinio di Jesse James da parte del codardo Robert Ford, sicuramente la più bella e valida, con Nick Cave, autore della soundtrack, che fa capolino strimpellando una canzone su Jesse alla chitarra in un saloon: reiterazione assurta agli onori del palcoscenico dell’atto terribile del tradimento alle spalle, per l’eccitamento di una folla che brama le fotografie del cadavere di James conservato nel ghiaccio, e ne dimentica le malefatte ricordandolo come un eroe.
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