VENEZIA 64 - Nel cinema l'idea deve restare complicata, ma i contenuti vanno semplificati. - Incontro con Claude Chabrol

Torna Claude Chabrol alla Mostra del Cinema e illumina gli schermi di Venezia con un film dalla perfetta messa in scena. L’incontro con l’autore francese, accompagnato dalle sue attrici, come sempre, si è svolto all’insegna della leggera  ironia.

La fille copée en deux aggiunge ancora un’altra tessera al mosaico che Claude Chabrol, ormai persegue da anni, nel Fuori Concorso, Venezia Maestri, il suo film racconta, ma soprattutto definisce quell’idea di cinema che il regista francese persegue da anni, un cinema via via più cristallino, in cui la storia è un pretesto per la vita dei personaggi e i personaggi sono tanto più vitali, quanto più semplice l’incedere del suo cinema sullo schermo. Claude Chabrol, come già in altre occasioni, si è dimostrato disponibile e aperto all’incontro.
Ciò che appare evidente, guardando questa sua opera è che il suo cinema sta diventando sempre più puro esprimendosi con una semplicità disarmante.

L’idea è quella di un digramma la cui linea diventa sempre più retta. Non sono i contenuti che vanno semplificati, l’idea, in qualche modo deve restare complicata. È sempre la forma che ha bisogno di essere depurata. Mi piace molto questo termine “depurata”.

Ci può parlare della genesi di questo film e di come si è sviluppata la sceneggiatura?
Per quanto mi riguarda questo film racconta la storia di una donna dei nostri giorni. Sulle basi di queste premesse io e Cécile Maistre (l’altra sceneggiatrice del film, n.d.r.) abbiamo fatto crescere i personaggi e la storia si è sempre più delineata. Comunque, in qualche modo l’idea nasce da un fatto accaduto a New York nel 1906. L’architetto Stanford White, che aveva realizzato il Madison Square Garden, venne assassinato da un giovane per ragioni simili a quella del film. C’è un film americano che racconta questa storia La ragazza sull’altalena. Ma quello è solo uno spunto, per il resto questo lavoro nasce proprio sulle idee di cui ho detto prima. Abbiamo lavorato un po’ come entomologhi, per un’indagine sulla natura umana, sulla psicologia, ma in fondo su una storia fatta di piccoli eventi che potrebbe accadere facilmente ai nostri giorni.
Vorrei dire qualcosa sul titolo del film. In qualche modo volevo che venisse fuori l’idea di rottura che è presente in ogni tempo. Spesso in questo film le scene sono tagliate prima della loro naturale conclusione e non vanno avanti rispetto a quanto ci si attenderebbe. Ho fatto questo per accendere il desiderio dello spettatore.

Questo film è ambientato al di fuori di Parigi, come si è trovato a girare un film fuori Parigi?
Devo dire che ho girato il film a Lione per una ragione semplice, era una delle poche città della Francia dove non si stava costruendo una linea del tram! Ma scherzi a parte, mi sono innamorato di Lione. Questa città è riuscita a restituirmi anche l’immagine del personaggio di Paul Gaudens. Si tratta, in qualche modo di una realtà che è propria di quella città e poi comunque mi sembra che anche a Lione siano successi dei fatti di cronaca interessanti, anche se in Francia esistono almeno altre tre o quattro città con queste caratteristiche!

Nel suo film i personaggi femminili che rapporto hanno con quello che era il femminismo?
In La fille copée en deux ci sono quattro personaggi femminili e hanno tutti appreso la lezione del XXI secolo anche se si trovano in fasi differenti del loro percorso di liberazione. In ogni modo credo che le donne, più in generale, debbano trovare una scappatoia rispetto alla schiavitù che spesso vivono a causa dell’uomo. Nel mio film questo aspetto è sottolineato dal fatto che è ricorrente la battuta: Sono una donna libera, comunque c’è ancora, da parte loro, molto lavoro da fare per liberarsi del maschilismo.

Questo film è sublime per il modo in cui l’immagine racconta il clichè di se stessa e che nello stesso tempo permette alla stessa immagine di essere se stessa. Questa trasparenza può provenire, secondo lei, dal lavoro che la Tv ha già compiuto?
La mia idea è di fare in modo che lo stereotipo e l’individuo si confondano. Per esempio la protagonista del film è tagliata in due, ma non soltanto rispetto alle storie d’amore che vive, ma anche rispetto a se stessa, al suo essere interiore. Apparenza e realtà: è il lavoro sul quale agiscono i media e questa differenza diventa, con l’andare del tempo, sempre più sottile. La difficoltà mi sembra che sia proprio quella di fare vedere questa differenza. La Tv, in questo senso, ci permette più del cinema di evidenziare questa diversità. La Tv, infatti, svela la verità della sua stessa menzogna. Per questo credo che ci vorrebbero dei corsi sulla televisione, proprio per riconoscere la verità e l’apparenza.
Vorrei, a questo proposito, ricordare un episodio che ha come protagonista Colin Powell, l’alto ufficiale dell’esercito americano. Quando in Tv mostrò le provette con quelle che il Governo degli Usa definiva le prove della esistenza delle armi di distruzione di massa in Iraq, le mostrò con le mani in basso, con un gesto minimale. Se fosse stato certo avrebbe alzato in alto quelle prove, davanti alla cinepresa. Per questo credo che la televisione svolga il ruolo di cui ho detto.

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