VENEZIA 64 - "Geomen tangyi sonyeo oi (With a Girl of Black Soil)" di Jeon Soo-il (Orizzonti)
Jeon Soo-il parla di storie e persone vere, sfiora il documentario, ma non rinuncia al controllo sulla materia narrata. Racconta di un mondo prossimo alla scomparsa, attraverso gli occhi di una bambina. Emoziona senza urlare, ma non concede illusioni, lasciandoci soli in un terra di fantasmi
I luoghi, si sa, influiscono in maniera determinante sulla vita delle persone, incidono sulle loro abitudini e stili di vita. Sono radici che penetrano sino al midollo dell’essere. Ma quando le radici cominciano a morire, non arriva più linfa vitale. Gli uomini muoiono con la propria casa. Con With a Girl of Black Soil (in italiano Figli della terra nera) Jeon Soo-il compie un viaggio mille miglia lontano dal cinema coreano cui è abituato il pubblico occidentale. Sceglie la via di un realismo che si discosta sia dalle tinte forti dell’action movie che dai racconti esplicitamente poetici e simbolici. Un realismo che, soprattutto all’inizio, sembra sfiorare il documentario, ma che poi mostra apertamente le sue finalità narrative. Siamo in un villaggio di minatori della regione di Kanwondo. Una vita faticosa e grama, tuttavia sopportata con grande dignità. Quasi con gioia. Hyegon ha due figli, un ragazzo di undici anni, affetto da un grave handicap mentale, e una vivacissima bimba di nove anni. E’ un padre premuroso, attento. La chiusura delle miniere, però, lo lascia senza lavoro. Prova a inventarsi qualcos’altro, improvvisandosi venditore ambulante di pesce. Ma è impresa al di sopra delle sue possibilità, anche per via dei problemi di salute dovuti ai tanti anni di miniera. Quando, poi, arriva la comunicazione dell’imminente demolizione del villaggio, Hyegon si lascia andare, precipitando a poco a poco nel baratro dell’alcool. Tutta la famiglia rimane sulle spalle della piccola figlia. Jeon Soo-il parla di storie vere, dei problemi della quotidianità, delle condizioni ai limiti della disperazione dei lavoratori, dei loro tentativi generosi, ma vani, di ribellarsi a un destino iniquo, dei legittimi sogni di una vita quanto meno normale. Racconta di un mondo prossimo alla scomparsa, ma attraverso gli occhi dolcemente disperati di una bambina, che si vede crollare la casa-famiglia addosso. Una precocissima perdita dell’innocenza, tanto tragica da non aver il bisogno di essere urlata. Non c’è trucco, né effetto, qualche momento di trattenuta eppur straordinaria poesia, un po’ come in Jia Zhang-ke. Un fiore disegnato sulla neve, un corpo che scivola su un muro di pietre nere. Per un attimo si scorge la bellezza tra le macerie, lo scheletro di una casa. Ma Jeon non concede illusioni. Ci lascia in un mondo di fantasmi, con due occhi immobili, che sembrano guardarci, ma in realtà fissano altro.
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