VENEZIA 64 - "Tai yang zhao chang sheng qi (The Sun also Rises)", di Jiang Wen (Concorso)
Si inizia sognando, si finisce (ri)nascendo. Il cinema di Jian Wen sembra davvero il sole che sorge, e intorno a lui tutto un sistema solare che esplode di visioni e invenzioni luminosissime e potenti, accumuli di strati di memoria e suggestione che vengono infine liberati, mandati in orbita come l’occhio dello spettatore tenuto lì sull’orlo dell’abisso
“Puoi dire di non aver capito, ma non puoi dire di non aver visto”. Jiang Wen mette subito le cose in chiaro – parliamo di visioni: folli, impazzite, magari incomprensibili, a volte. Ma sempre limpide, cristalline – visioni stratificate di un sognatore pazzo che risogna tutta la (sua) vita come se si svolgesse sempre nello stesso istante, allora meravigliosamente sospeso. Quattro tempi: primavera 1976; estate 1976; autunno 1976; inverno 1958; quattro quando di un racconto in cui ciclicamente riappaiono personaggi e simboli, corsa sregolata, esagitata, lungo la vertiginosa giostra della memoria: sotto l’occhio dello spettatore si apre l’abisso del fosso scavato dalla madre del protagonista per liberare le radici di un vecchio albero dei numerosi sassi che gli si sono accumulati sopra; ma Jiang Wen tiene ben ferma la cintura di sicurezza, sa come mantenere salda la stretta sullo spettatore per non farlo precipitare del tutto, laggiù – lo conquista, lo ammalia, lo tiene in pugno: poi, con piglio sicuro e più che deciso, lo manda in orbita: dalla Cina alla Russia al deserto del Gobi; cammelli, uccelli parlanti, scarpe a forma di pesce, magie, sparizioni, ricomparse; musical, pellicole proiettate addosso, sospensioni, riprese, danze sfrenate, melodramma struggente, commedia irresistibile, colpo di scena agghiacciante; Anthony Wong che suona la chitarra, il figlio di Jackie Chan protagonista (Jaycee), Joan Chen, lo stesso Jiang Wen nel ruolo di un cacciatore dal memorabile richiamo (per donne? per bambini? per uccelli?) eseguito dall’inseparabile tromba; canti popolari in colonna sonora, poemi, versi allegorici, proverbi insondabili, aneddoti rivelatori; musiche di Joe Hisaishi; laghi, fiumi, sentieri di terra battuta, montagne, treni, rotaie, fotografia di Zhao Fei e Mark Ping-bin Lee, un cartello che a sinistra dice “fine della strada” e a destra “non-fine della strada”, una mano gigante proprio alla fine della strada, un bambino che nasce tra le rose, e il sole che, anche, sorge. Il cinema di Jian Wen sembra davvero un rising sun, e intorno a lui tutto un sistema solare che esplode di rimandi, ammiccamenti, annotazioni, invenzioni luminosissime e splendenti, composizioni filmiche dallo strabiliante potere visionario, accumuli di strati di memoria e suggestione che vengono infine liberati verso una composizione sempre meno ferrata, dalle maglie sempre più larghe e poetiche dov’è possibile alla fine trovare un senso comprensibile anche alla prima parte del film, quella sì davvero completamente schizzata – verso tutti gli angoli dell’immagine, riempiendola completamente di colori, particolari, movimenti continui, luce, gravitazioni. Da tutto ciò sorge il sole del film, il fulcro del suo atto di nascita reiterato che rappresenta paradossalmente l’ultima sequenza. Si inizia sognando, si finisce (ri)nascendo. Jiang Wen è assoluto padrone della materia narrativa e visiva, e sa plasmarla con continue infiltrazioni che fanno di questo grande film una piccola Storia della Cina degli ultimi quarant’anni. Ecco cosa sembra dirci Jiang Wen: si nasce, si muore, si combatte – per ‘capire’, certo, ma soprattutto, oggi come nel passato dei nostri padri e delle nostre terre e delle nostre genti, si combatte per riuscire a vedere, alla fine.
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