VENEZIA 64 - "Cochochi" di Laura Amelia Guzmán e Israel Cárdenas (Orizzonti)
Al “Messaggero della Sierra”, stazione radio delle montagne messicane, si affidano le emergenze dei Tarahumara: gli uomini dai piedi leggeri,: concrete, ma anche emotive; in un linguaggio che richiama la morfologia della fiaba, due fratelli-cappuccetto rosso recano medicine e perdono un cavallo, e coprono le grandi distanze di un paese aspro eppure amorevole.
Il “Messaggero della Sierra” è la stazione radio che raggiunge ogni angolo abitato attraverso apparecchi di fortuna, addolcendo una distanza che tra i canyon splendidi e ostili del Messico nordoccidentale si dilata in giorni, mesi, facendo del tempo nuovamente quella sostanza malleabile che sfugge al calendario e obbedisce piuttosto ai cicli naturali. Eppure anche nella Sierra Tarahumara una comunità deve osservare le proprie scadenze: come il giorno della consegna del diploma di scuola elementare, con la promessa di una borsa di studio per Louis Antonio, brillante ma refrattario alla disciplina, i tratti del volto che suggeriscono avventatezza e una selvatica libertà d'azione che manca al fratello Evaristo, più introverso, i lineamenti dolci. L’amore che lega i due fratelli viene suggerito come una relazione naturale, che non si chiede di sé, come quella che li lega anche alle rocce, agli animali, alle lunghe camminate nei luoghi che conoscono, e senza accennare neppure un gesto di palese affettuosità tra fratelli, i due giovani registi riescono a rendere manifesta questa tenerezza silenziosa affidando ogni grammo del rapporto ai dialoghi, considerazioni per metà ingenue, per metà ciniche, sulle difficoltà che si trovano ad affrontare, sulla maniera di legare nel modo corretto un cavallo, sull'insofferenza per la scuola. Alla radio, intanto, si affidano le emergenze: concrete, ma anche emotive. Anche soltanto raggiungere un bar per telefonare al centro di controllo che trasmetterà il messaggio è un atto che richiede un certo tempo e una certa volontà. La nostra moderna attitudine alla connettività, alla possibilità di comunicare - almeno teorica, viene da aggiungere, sempre che la facilità e la velocità del mezzo siano sufficienti a garantire un contenuto - causa una certa disperazione di fronte alla pacatezza con cui gli abitanti della Sierra alzano leggermente gli occhi e tendono l'orecchio nel momento in cui viene letto il pensiero o la necessità di qualcuno: quieti, come se sapessero che prima o poi verrebbero comunque a conoscenza di ciò che è urgente e fondamentale. Stavolta si tratta della consegna di alcune medicine, e di una missione affidata dal nonno a Evaristo e Tony, decisi a compierla a cavallo, non tanto perchè siano spaventati dalla lunghezza della strada necessaria a raggiungere il Canyon, quanto per un infantile e legittimo desiderio di avventura: un somaro non sarebbe in grado di affrontarla per la sua magrezza, meglio approfittare del cavallo bianco del nonno, senza il suo permesso. Ma anche il cavallo non è il nobile destriero destinato ad accompagnare audaci cavalieri in viaggi di piacere: è un animale da lavoro, non meno che un bue, concetto già profondamente sentito anche dai bambini, nella Sierra: e nell'incertezza della strada, forse per un nodo disattento, forse per un furto, scompare. Di qui la loro angoscia: ambedue cercheranno di ritrovarlo, separati da una discussione nella nebbia che mette in luce le loro differenze caratteriali e ci permette di incontrare attraverso i loro movimenti due personaggi quasi fiabeschi, come la struttura del film ricalca il linguaggio tipico di una fiaba tradizionale, senza il ricorso ad elementi magici o soprannaturali ma semplicemente attraverso il percorso a ostacoli caratterizzato da contrattempi, aiutanti improvvisati, offerte di cibo. Per Tony si tratta di una bizzarra donna che lo invita alla festa per il suo onomastico, promettendogli che qualcuno non meglio specificato saprà forse dargli una mano a ritrovare ciò che ha perduto; per Evaristo, una sorta di cowboy avventuriero e finalmente anche l'anziana coppia alla quale consegnare le medicine (la loro accoglienza al bambino, intrisa di un umorismo popolare irresistibile). La Guzmán e Cárdenas, coniugi che curano sceneggiatura, fotografia e regia di un film piccolo, felice, sono attenti a cogliere con sguardo rispettoso e amichevole le peculiarità della gente del luogo, forti della loro esperienza di documentaristi, anche grazie a un’effettiva lunga amicizia stabilita con gli attori, tutti non professionisti, e costruiscono coerentemente alla "morfologia della fiaba" un finale dal sapore quasi zen in cui il cavallo misteriosamente scomparso riappare là dove era stato sottratto al nonno..
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