VENEZIA 64 - "Sous les bombes" di Philippe Aractingi (Giornate degli autori)

Due personaggi in viaggio nel Libano devastato dai bombadamenti israeliani dell’anno scorso nel secondo lungometraggio di Philippe Aractingi. Dove la collera e il dolore rimangono però ingabbiati in una narrazione e un filmare troppo pre-vedibili

Dopo trentatre giorni di bombardamenti israeliani, la tregua. Dall’attacco dell’esercito israeliano al Libano è passato poco più di un anno. Era l’estate 2006 e il paese dei cedri subiva un’altra invasione, un’altra guerra che lacerava il suo corpo già martoriato, ferito, devastato. Luoghi nuovamente sventrati e persone nuovamente uccise. Il giorno dopo la fine degli attacchi aerei, inizia Sous les bombes, viaggio tra le macerie, dentro e fuori Beirut, verso il Sud del paese, seguendo il percorso, mai lineare, a causa dei crateri aperti dalle bombe, di una donna alla ricerca del figlio piccolo. Accompagnata nella sua incessante, ostinata, drammatica ricerca da un taxista, che sarà sempre più coinvolto in quell’esperienza dolorosa, pericolosa e necessaria.
Questo è il pre-testo del secondo lungometraggio di Philippe Aractingi, regista libanese che, dopo anni di reportages documentari girati ovunque nel mondo e dodici anni trascorsi a Parigi, è tornato nella sua patria per realizzare nel 2005 la sua opera d’esordio per il cinema, Bosta (Bus), musical on the road campione d’incassi in Libano e in altri paesi del mondo arabo. Sous les bombes riprende il discorso del viaggio, ma nel contatto con l’immediato ultimo dopo-guerra libanese. Cinema di finzione in continuo movimento dentro spazi di lacerante verità documentaria e alcune schegge di immagini televisive dei bombardamenti (in particolare all’inizio). Eppure Sous les bombes non traduce quella materia incandescente in testo convincente, rimanendo negli spazi di una narrazione e di un filmare mediocri, nel ricorso a stereotipi non assimilati, a uno sguardo che (pur tra molteplici difficoltà di realizzazione) utilizza il road movie, le sue tappe, e le dinamiche fra i due personaggi, nella maniera più scontata e senza sussulti. Spiace, perché quella rabbia, quella collera dichiarata da Aractingi, che l’hanno spinto a fare il film, non penetra le immagini, si ferma sulla loro soglia. E così anche la scena madre finale, e la nascita di una nuova famiglia trasversale, consegnata al fuori campo, sfuma in un’intensità troppo corretta.
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