VENEZIA 64 - "La musica è il mezzo attraverso il quale viaggiamo nel tempo": incontro con Todd Haynes e Richard Gere
Uscirà venerdì prossimo nelle sale italiane I’m not there, il film-sogno-tributo a Bob Dylan, in concorso alla 64esima mostra del cinema di Venezia. Todd Haynes e Richard Gere ce ne parlano in modo ispirato ed entusiasta, chiamando in causa Jim Morrison e Patti Smith, Arthur Rimbaud e Billy the Kid
Questo è il suo secondo film presentato alla 64esima mostra del Cinema di Venezia. Perché ha deciso di accettare questo ruolo?R.G. Per me è stato facilissimo scegliere. Nessun autore ha influenzato il mondo dell’arte e dello spirito più di Bob Dylan. Io stesso adoro questo artista, che è entrato a far parte della mia vita a 360°, tanto che non si potrebbe dire completa senza “Visions of Johanna”.
Emerge da una sua recente dichiarazione che fare l’attore è diventato per lei un lavoro come un altro. Cosa l’ha spinta perciò ad interpretare il personaggio che si potrebbe definire il più misterioso del film?
R.G. Questa affermazione è un po’ riduttiva. Per me recitare è un lavoro a tempo pieno, al quale mi dedico completamente. D’altra parte però, la mia vita non è tutta qui.
Ricordo ancora la prima volta che ho incontrato Todd per parlare di questo film. Gli chiesi che diavolo ci dovessi fare con quel personaggio e la nostra fu una conversazione molto stimolante. Voleva essere sicuro che mi fosse chiara l’idea che aveva in mente e per questo mi ha dato The Old Weird America, il libro di Greil Marcus. In esso le immagini dell’America, l'universo interplanetario in essa contenuto, sono come inscindibili dalla terra alla quale appartengono. Il mio personaggio funziona allo stesso modo, è l’immagine di un sogno. Ma come fa un attore ad interpretare un sogno? Allora abbiamo cominciato a giocare con il personaggio, ad immaginare i "se" ed i "ma" ed è venuto fuori quello che si potrebbe definire una sorta di archetipo di Billy The Kid, che è allo stesso tempo una rockstar.
Quale altro personaggio le sarebbe piaciuto interpretare? Che musica ascolta?
R.G. Mi piacerebbe interpretare il ruolo di Miles Davis, ma penso che avrei qualche difficoltà. Non potrei immaginare la mia vita senza artisti come Van Morrison e gli Stones. Mi piacciono anche molti jazzisti, come Bix Beiderbecke, il trombettista degli anni ’20 o Mike Bloomfield, il chitarrista della Chicago upper class, che considero anche più bravi di Clapton e Green.
I’m not there è un film difficile, che ha a che fare con un soggetto sacro. È corretto dire che la sua intenzione non era quella di raccontare la Storia, quanto quella di mostrare la Storia stessa attraverso gli occhi di Dylan?
T.H. Non è importante capire tutti i riferimenti a Bob Dylan, di cui il film è pieno. Il modo in cui la pellicola è costruita è in effetti quello in cui ricordiamo, con cui guardiamo al nostro passato, cioè in modo istintivo e frammentario. La musica stessa rappresenta il mezzo attraverso il quale viaggiamo nel tempo. Il film è perciò una sorta di sogno attraverso la mente. Lo stesso Dylan era in conflitto con la musica degli anni ’60. Si muoveva perciò avanti e indietro, dentro e fuori il proprio tempo, mettendo insieme le diverse influenze accumulate durante gli anni. Non è un’artista chiuso, non vive di pregiudizi, ma tende l’orecchio a tutte le voci di cui è fatta l’America, per poi ricombinarle a proprio modo.
A cosa si deve la scelta di I’m not There?
T.H. I’m not There è una canzone misteriosa, che Dylan scrisse durante il primo dei suoi periodi di isolamento volontario, dal quale si può dire non sia mai completamente tornato. Una canzone che rappresenta il suo bisogno di scomparire, il rifiuto del mondo moderno.
Che cosa pensa Bob Dylan del suo esperimento?

T.H. Questa è la prima volta (escludendo il caso del documentario) che Bob Dylan dà il suo assenso ad un’opera drammatica incentrata su di lui. Lo si deve alla struttura aperta del film, al suo rinunciare a voler ridurre il personaggio entro certi confini prestabiliti, ma anche allo spiccato senso dell’umorismo di cui Bob è dotato. Ritengo oltretutto che sia impossibile un’operazione del genere, nei confronti di qualcuno che combatte da sempre contro la gente e contro di sé, per riuscire a dare una precisa definizione del suo io.
Che rapporto aveva Dylan con Arthur Rimbaud?
T.H. Rimbaud era molto in voga negli anni ’60. Incarnava la figura dell’ultimo ribelle, famoso come una rockstar, scioccante per la sua relazione con Voltaire. Dylan è stato il primo ad ispirarsi a lui. Jim Morrison e Patti Smith, solo per citarne alcuni, sono venuti dopo.
Cate Blanchett era spaventata dall’idea di dover interpretare questo ruolo?
T.H. C’è voluto molto tempo per definire le coordinate del suo personaggio e quando Cate mi confidò che si sentiva spaventata, che questo film per lei rappresentava una tremenda sfida, le dissi che non si può avere sempre paura di recitare, ma che a volte può far bene. Si tratta di correre qualche rischio e di scoprire così qualcosa in più su sè stessi: è una pratica che mantiene giovani.
Qual è la canzone di Bob Dylan che preferisce?
T.H. Non ho alcun dubbio: “Visions of Johanna”
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