VENEZIA 64 - "En la Ciudad de Sylvia", di José Luis Guerin (Concorso)
Il regista catalano, al suo quinto lungometraggio, sembra voler combinare le sconnessioni godardiane, le giostre di Ophüls, la concentricità di Tati e accompagna un giovane alla ricerca di un ideale romantico svanito. Avremmo voluto però perderci con il protagonista, ma siamo rimasti, per lunghi tratti, semplici spettatori di una narrazione per immagini che non libera e trattiene istantanee apparizioni
Il regista catalano è considerato in giro per l’Europa autore importante da tenere d’occhio, fin dal suo primo lungometraggio del 1983, Los motivos de Berta. Ha lavorato per tutto il continente con la sua macchina da presa, fino ad arrivare al quinto lungometraggio, in concorso a Venezia. Un giovane straniero vaga per la città di Strasburgo (che non viene mai nominata esplicitamente), mentre, meccanicamente, osserva e cattura, con parole e schizzi a matita su un diario, gesti, espressioni e volti, soprattutto femminili. Lentamente si scopre che è alla ricerca di una donna, Sylvia, conosciuta sei anni prima in un locale della città. Questa ricerca incessante e ossessiva, lo conduce a pedinare un’altra donna, che pare le somigli molto. Trovando il coraggio di avvicinarla si accorge dello scambio di persona e soprattutto di aver spaventato la ragazza stessa, allora cambia tragitto che lo condurrà ad incontrarsi con un’altra donna, nel costante ricordo di colei che non c’è e cercando un ideale romantico ormai svanito. Apparentemente una giostra “ophulsiana”, riecheggiando sconnessioni godardiane o la concentricità di Tati, in un labirinto di suoni e immagini per la città. Come un ritorno alle origini e alla perduta innocenza, partecipando con la massa a quella sorta di lamentosa e innocua esistenza. Lamentosa ed innocua esistenza che pare affiorare anche dal cinema italiano degli ultimi tempi che ingombra le sale e il concorso di Venezia (e non solo) e che andrebbe catalogato in una terza categoria, al di qua del cinema e della televisione. Siamo fuori anche dal “cine(ma)tivvù”, di cui manca la tendenza sublimata del piccolo schermo ad “ammassare” il nostro privato, ma anche il coraggio del “divenire” grande schermo, su cui la libertà è nel cambiamento, nella trasformazione, nel tempo presente che rosicchia futuro. Guerin tenta tutto quello che a buona parte del cinema italiano non riesce o non interessa, trasformando parti in possibili riflessi, con un delicato ed esagonale gioco di cinema, cercandolo nei vicoli, sui muri e vetri a macchina statica o volti che compaiono e scompaiono, per un balletto di maschere. Avremmo quindi voluto che questo cinema non fosse un’imitazione del reale (come i suoni riprodotti e figuranti ben addestrati), ma una traccia, un’impronta, l’ombra di uno sguardo e del pensiero che lo accompagna. Nessuna realtà sembra possa essere condivisa, ma avremmo voluto lo stesso perderci con il protagonista: per lunghi tratti invece siamo rimasti semplici spettatori di una narrazione per immagini che non libera e trattiene istantanee apparizioni.
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