VENEZIA 64 - "Il dolce e l'amaro" di Andrea Porporati (Concorso)
L’idea di raccontare l’ascesa e la caduta di un uomo mediocre e vuoto, condannato a un’esistenza segnata a priori da un ambiente delinquenziale e coercitivo, si infrange dentro una pellicola guardinga e superficiale, troppo clamorosamente ordinaria per farsi cinema fresco, rigenerante, per aprire visioni ambigue e pure, rinunciando colpevolmente a qualsiasi deriva abissale o anarchica
La seconda pellicola italiana presentata in concorso a Venezia 2007 è un film che parla di Mafia. Il dolce e l’amaro narra la vicenda di Saro Scordia (Luigi Lo Cascio), giovane siciliano rimasto presto orfano del padre che allevato da un patrigno affiliato con Cosa Nostra tra un lavoretto e l’altro finisce con il diventare presto anch’egli un potente sicario e poi un membro ufficiale della Famiglia. La sua carriera scorre sullo schermo in 98 minuti tra pestaggi, furti, esecuzioni brutali, e l’amore appassionato ma turbolento per l’onesta Ada (Donatella Finocchiaro). Quando il sospetto di esser stato tradito da alcuni membri della cosca si rivela esatto, Saro è costretto ad abbandonare quel mondo, per abbracciare una vita diversa.
Il film di Porporati proprio non ce la fa ad andare oltre una qualsiasi puntata pilota di un serial televisivo discretamente realizzato. Lontano dagli intellettualismi e dall’autorialità vuota di molti giovani cineasti nostrani, Porporati ha almeno la modestia di limitarsi a raccontare una storia rifacendosi a un cinema dall’ampio respiro popolare, e al suo film non mancano almeno un paio di sequenze ben costruite (come ad esempio il prologo ambientato in carcere con l’incontro tra padre e figlio e quella del sanguinoso omicidio compiuto a Milano). Purtroppo però rimane vittima di una medietà troppe volte già riscontrata nei tanti film sul genere, muovendosi su un terreno molto poco rischioso per la sua penna di sceneggiatore. Ne viene fuori una pellicola certo non arrogante né disprezzabile, ma clamorosamente ordinaria, quasi un ricalco di situazioni drammaturgiche e contenutistiche già viste mille volte in passato. Indeciso se dare al film una dimensione psicologica o semplicemente spettacolare, Porporati confeziona un prodotto che non riesce a graffiare, perché fallisce sia la componente emotiva che quella più ambiziosamente esistenziale. L’idea di raccontare l’ascesa e la caduta di un uomo mediocre e vuoto, condannato a un’esistenza segnata a priori da un ambiente delinquenziale e coercitivo, si infrange così dentro una pellicola guardinga e un superficiale, troppo chiusa in se stessa per farsi cinema fresco, rigenerante, per aprire visioni ambigue e pure, rinunciando colpevolmente a qualsiasi deriva abissale o anarchica.
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