VENEZIA 64 - "Nel cinema le forme non sono una decorazione, ma lo strumento per trasmettere le idee." - Incontro con José Luis Guerin
Nella sezione del Concorso di questa edizione della Mostra del Cinema, il pubblico ha potuto assistere a En la ciudad de Sylvia del regista catalano José Luis Guerin, un autore dalle idee sul cinema precise e definite.
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José Luis Guerin è in concorso con En la ciudad de Sylvia, il regista spagnolo, classe 1960, è anche autore della sceneggiatura e sembra avere idee chiare su un cinema di cui questo film può essere considerato paradigma.
Questo film non di facile visione, ma si intuisce, da subito, la cura con cui sono state realizzate le inquadrature, la ricerca stilistica che fa da parallelo, con la storia del film in cui il protagonista cerca la donna. Conviene con queste opinioni?
Fa piacere quando un film arriva così direttamente, queste parole mi fanno capire proprio questo. Comunque il film non credo che sia un film così difficile, anzi credo che sia un film molto semplice! La sfida è proprio quella e cioè che lo spettatore sia disponibile ad accettare questa semplicità. Negli ultimi tempi vedo dei film complicatissimi. Per quanto mi riguarda tendo a realizzare dei film semplici, perché credo nei risultati della semplicità. Se si vince la sfida con lo spettatore, quella di cui parlavo prima, è quello il momento in cui si crea un terreno di serenità e il cinema diventa un luogo in cui si sentono i suoni. Rivendico la potenza del cinema fatta di forza dell’immagine di forza del suono. Questi due elementi ci danno il senso del cambiamento, ad esempio del mutamento di un volto o magari un rumore può evocare un volto. Questi principi sono presenti nella genesi del film.
Nel suo film il protagonista disegna molto, questi disegni costituiscono forse una sorta di storyboard del film?
I disegni tendono a creare una dialettica con lo spettatore che credo sia essenziale per la vita del film. Molto cinema fa leva sul consumatore e non sullo spettatore. Quando facciamo film bisogna scegliere il destinatario finale e quindi tra il consumatore o lo spettatore. È un po’ la stessa cosa che accade tra cinema e televisione.
Nel suo film c’è un’audacia proprio nel modo di lavorare o si tratta di romanticismo?
Il lavoro che faccio nasce dal mio sincero desiderio di fare cinema. Certo forse ci vuole audacia nel fare quello che vuoi fare, ma questo è il mio modo non soltanto di realizzare i film, ma anche di rapportarmi alle cose del mondo. Ho cominciato a girare film in super 8 e poi ho continuato sempre sulla stessa strada. Tutto ciò può essere considerato forse banale e che queste cose non possano entrare tra gli argomenti di un film, ma io credo, invece, che il cinema abbia bisogno anche di questi riferimenti.
Cosa l’ha ispirata a realizzare En la ciudad de Sylvia si può fare riferimento ad Antonioni e non crediamo che Leopardi centri qualcosa?
Voglio dire a questo proposito che di recente mi ha molto colpito la morte di Michelangelo Antonioni. Per un caso ero a Ferrara il giorno della sua scomparsa e ho sentirto una sincera e profonda emozione. Poi qui al festival ho visto il cortometraggio Lo sguardo di Michelangelo ed è stato una visione di grande intensità, credo che quel film valga tutto il festival. Quando giro un film tento di realizzarlo con il cuore e dimenticare tutto il resto. Mi dico sono il primo regista del mondo che riprende lo sguardo di una ragazza, il volto di un clochard. Insomma ho bisogno di ripulire la mente e dimenticare tutto e di sentirmi come i fratelli Lumière. Ho proprio necessità di queste emozioni. Nella mia carriera ho realizzato solo cinque film, ma la mia esperienza di spettatore è molto più lunga. Ma devo dimenticare tutto, il film deve essere la prima volta di tutto, per ciascuna immagine deve valere questa regola: è la prima volta che viene girata.
Quanto all’altra parte della domanda ci tengo dire che ho sempre molto timore dei riferimenti culturali nei miei film tento di eliminarli. Francamente, pur apprezzando Leopardi, posso dire che non ha nulla a che vedere con il mio film. Ma se devo essere proprio sincero va detto che forse ci ha a che fare Dante con La vita nova e Petrarca con Laura, ma io tengo comunque a sottolineare che gli occhi di Pilar (l’attrice protagonista n.d.r.) raccontano tutto il film.
Per quanto riguarda il procedimento tecnico è stato molto adattato al budget che avevamo e avevamo delle risorse davvero limitate, infatti abbiamo avuto un terzo di quello che avremmo dovuto avere. Questo è comunque un film industrialmente periferico e comunque siamo riuscito a portarlo a termine. In ogni caso mi sembra doveroso ringraziare anche la Mostra del Cinema e Muller in particolare, in quanto la scelta di questo film vale anche come gesto politico. Introdurre un film periferico come il mio insieme ai film di Hollywood mi pare che abbia un significato politico preciso.
Quanto al resto della domanda posso dire che quando giro un film ho necessità di avere l’emozione della rivelazione ed è per questo che mi sento ingabbiato dentro una sceneggiatura. Mi sembra di stare chiuso. Poi ci sono i momenti d’attesa e anche nel film ci sono perché considero l’attesa un atteggiamento morale e in quella fase si aspetta di vedere il segno rivelatore che attribuisce improvviso significato al dettaglio, quella sfumatura che trasforma il significato delle cose. Per questo credo che i film non possano essere giudicati in relazione all’argomento di cui trattano. Nel cinema il tema è sempre latente. Nel cinema le forme non sono una decorazione, ma lo strumento per trasmettere le idee. Questo l’ho imparato facendo lo spettatore.
per rispondere ancora, nel mio film i protagonisti sono centrali e quando lo sguardo si allontana da loro è lì che si vede la morfologia della città: i venditori di fiori pakistani, i clochard e anche donne sfigurate. Si allargo l’orizzonte dello sguardo per guardare cosa c’è intorno.
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