VENEZIA 64 - "Le ragioni dell'aragosta" di Sabina Guzzanti (Giornate degli Autori)
Si può parlare di una bizzarra forma di masochismo, una patologia che Krafft-Ebing non poteva prevedere, che affligge l’italiano medio, ahimè il medesimo che non disdegna di sorridere e applaudire alle migliori battute (senza con questo nulla togliere alle capacità individuali degli attori-comici): la sottile perversione di partecipare con compiacimento allo scherzo su un meccanismo condiviso, assai più culturale che politico (e dunque sommamente politico!) che, comunque sia, procede, e digerisce ogni forma di istanza blandamente rivoluzionaria nel momento stesso in cui sorge.
In apertura, la serie di domande a se stessa della Guzzanti, il cui succo è : “corro il rischio di cadere nell’ipocrisia? ” non sembrano tanto dubbi laceranti quanto un marcato tentativo di arginare quelli che possono scatenarsi durante la visione: è il tentativo di parare il colpo prima che venga assestato: ma soprattutto, di proteggersi da un pensiero ricorrente: ha uno scopo e ha davvero una reale influenza, un film come Le ragioni dell’aragosta , su quella che la strategia pervasiva indicata come Nemica, che si avvale dello strapotere mediatico ma che tende ormai a riempire ogni margine di autonomia ed a eliminare ogni forma di dissenso fingendo di concederne lo spazio? Si può parlare di una bizzarra forma di masochismo, una patologia che Krafft-Ebing non poteva prevedere, che affligge l’italiano medio, ahimè il medesimo che non disdegna di sorridere e applaudire alle migliori battute (senza con questo nulla togliere alle capacità individuali degli attori-comici): la sottile perversione di partecipare con compiacimento allo scherzo su un meccanismo condiviso, assai più culturale che politico (e dunque sommamente politico!) che, comunque sia, procede, e digerisce ogni forma di istanza blandamente rivoluzionaria nel momento stesso in cui sorge. Viene anche il sospetto legittimo che spesso sia lo stesso sistema di pensiero a fabbricare tali istanze, per il gusto di vederle puntualmente frustrate. Si può vedere, nel tentativo della Guzzanti e co., una rivisitazione di quelle compagnie di teatranti medioevali che pur talentuosi dovevano sfidare le intemperie, gli imprevisti del tempo e dedicarsi per la maggior parte del tempo allo sforzo di catturare una partecipazione generale che normalmente languiva: non deve infatti essere vista come contraddittoria, nella nostra società, la spinta che porta i medesimi spalancatori di fauci in comode risate a sostenere, nella vita quotidiana, quello stesso modello di comportamento che garantisce la sussistenza di un sistema tanto più evidente quanto invisibile: anche a causa di questo pubblico sempre pigro e apparentemente partecipe, deve essere dura la vita del comico: deve fare i conti col rischio che la satira potente finisca per mutarsi in un ennesimo momento di evasione, di puro intrattenimento, che rende ancora più accettabile la mediocrità di ciò che viene qualche ora dopo, alla quale si riaccede con rassegnazione.Il film vuole superare questo scoglio giocando sulla messa in scena di uno spettacolo teatrale che riunirebbe il gruppo storico di Avanzi, toccando intimità e ricordi personali dei vari Pierfrancesco Loche, Francesca Reggiani, Antonello Fassari, Stefano Masciarelli, Cinzia Leone (in una scena che se non vuole essere strumentalizzazione resta comunque piuttosto forzata nel repertorio delle immagini di malattia), e coinvolgendo Gianni Usai, ex operaio attivista, spettacolo dedicato ai problemi dei pescatori sardi: solo nel finale si chiarisce che lo spettacolo non è mai esistito, e che il film deve essere inteso come uno dei tanti modi possibili per generare un desiderio, prima ancora che un’azione, perché le cose possano cambiare: progetto assolutamente meritevole e condivisibile, ma anche in tal caso ci si muove su un confine sottile, visto che è il desiderio, appunto, ad dover essere generato, non l’illusione, e i fabbricanti di illusioni per eccellenza sono già dappertutto, anche in tanta sinistra. Mentre si susseguono abbracci e rievocazioni in verità anche troppo nostalgiche di un “programma libero fatto da giovani”, sulle note discrete di un pianoforte, la Guzzanti regista gestisce una continua schermaglia col pubblico che vedrà il film, tentando di prevedere il sentire comune e di “comprenderlo”: ci si può anche annoiare, con i problemi dei pescatori sardi, e le enormità proferite da Berlusconi sono ormai così all’ordine del giorno che se ne fa quasi un gioco da tavolo che non richiede tabellone né pedine: il “che ha detto oggi Berlusconi?” : atteggiamento pericoloso che ancora una volta non è sufficiente a toccare la ferocia della satira, e come è stato detto anche per Michael Moore, sembra finire suo malgrado per utilizzare lo stesso linguaggio accattivante delle strutture di cui si tentano di minare le fondamenta, anche se per scopi diversi.
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