VENEZIA 64 - "Otryv", di Alexsander Mindadze (Settimana Internazionale della Critica)
L’intera materia della pellicola è invasa da un’atmosfera purgatoriale, quasi onirica, nella quale il tempo si dilata e nessuno sembra più potersi dire innocente. La particolarità di Otryv, in concorso alla Settimana Internazionale della Critica, sta in questo suo procedere lungo i binari di un incubo reale e irreale, per raccontare il dramma e l’ambiguità dell’esistenza, da un punto di vista insolito
Come vagare di notte su una strada deserta di cui non si scorge la fine. A piedi, barcollando. Ci si sente così, dopo aver ricevuto la tremenda notizia. Non immediatamente però. Prima lo shock, poi la rabbia. Poi lo sbandamento che segue al distacco dalla persona amata, dalla vita di prima e dalla realtà. Un fatto di cronaca ispira la pellicola di Alexsander Mindadze, alla sua prima regia, in competizione alla Settimana Internazionale della Critica. Un aereo si schianta al suolo. Non ci sono superstiti. Restano a fare i conti con la commissione d’inchiesta i parenti delle vittime, in attesa di ricevere notizie sulle dinamiche dell’incidente. Il tempo passa e c’è bisogno di agire, di recuperare i corpi. Tre uomini si avventurano sul luogo dell’impatto e, senza attendere che la commissione faccia il necessario sopralluogo, si immergono dopo il tramonto nell’acqua scura, per raggiungere i resti del velivolo. Quasi una sorta di battesimo funereo, in cui vita e morte si mescolano, in un contraddittorio confondersi di colpe e di ruoli, che abbandona i logici meccanismi di causa ed effetto, in favore di un nebuloso succedersi di immagini di coscienza.
Ciascuna sequenza è investita di significati multipli, senza per questo sfruttare più del necessario elementi a carattere simbolico. Ogni scena conserva una certa dose di verosimiglianza, rendendo così complicato distinguere quanto sia reale e quanto sia solo il riflesso dell’inconscio. L’intera materia della pellicola è invasa da un’atmosfera purgatoriale, quasi onirica, nella quale il tempo si dilata e nessuno sembra più potersi dire innocente, nessuno sembra più poter dire con sicurezza di non essere salito su quell’aereo. La ricerca del colpevole pian piano si trasforma in un viaggio esistenziale che non si distacca però totalmente dalla sfera del reale, mantenendo in modo non del tutto velato, un carattere di denuncia contro il potere costituito e più in generale contro chi vorrebbe sfuggire alle proprie responsabilità. Più che scavare a fondo per risalire alle vere motivazioni del disastro, i personaggi coinvolti da vicino nell’incidente (il controllore di volo, il pilota di un secondo aereo scampato alla collisione) tentano in tutti i modi di tirarsene fuori. Sembra quasi sia successo tutto per caso, così come per caso qualcuno si è salvato e qualcun altro no.
La particolarità di Otryv sta proprio in questo suo procedere lungo i binari dell’incubo reale e irreale, per raccontare il dramma e l’ambiguità dell’esistenza, da un punto di vista insolito. Quello del distacco, della separazione di segni e significati, fonte dell’enigma del mondo contemporaneo.
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