VENEZIA 64 - "Chun-nyun-hack (Beyond the Years)" di Im Kwon Taek (Fuori concorso - Venezia Maestri)

Il film di Im è un melodramma composto e controllato, una lacrima trattenuta che trova espressione piena e struggente solo nel canto e nella musica. E’ un’opera che ha ormai la maturità e la semplicità dei classici, un cinema che si libera delle grida e del superfluo, per giungere dritto all’essenziale, al cuore delle idee e dei sentimenti

Beyond the YearsLa classe è semplicità. E tutto ciò che è classico trova forza nella sua eleganza immediata, non gridata. Autore prolifico come pochi altri, il settantenne Im Kwon Taek con il suo ultimo film Beyond the Years (Al di là degli anni in italiano) ci regala una lezione di cinema di rara bellezza. Una storia che abbraccia oltre trent’anni, dal 1956 (tempo di guerra in Corea) agli anni ’80. Un cantante fallito adotta un bambino e una bambina Dong-ho e Song-wa, li alleva come fratello e sorella e li istruisce alla musica e al canto con una severità ai limiti del crudele. Dong-ho decide perciò di lasciare la “famiglia”. Prima viene arruolato, poi si lega a una compagnia di cantanti girovaghi. Ma nel suo cuore rimane vivo il ricordo di Song-wa, nel frattempo resa volontariamente cieca dal padre, affinché possa perfezionare il suo canto nel dolore. Un affetto che, nonostante (anzi grazie a) il tempo e la lontananza, diviene un amore sempre più puro e incancellabile. L’amore impossibile, scisso, lacerato: una vicenda e una situazione tipiche da racconto strappalacrime, che nelle mani di Im Kwon Taek si trasformano in un melodramma controllato e composto. Sa perfettamente che i sentimenti non hanno bisogno di essere urlati, perché il demone interiore che ci sconvolge o logora si concentra al cuore e strozza la gola, serra le labbra. Beyond the Years è una lacrima trattenuta, un dolore della perdita (delle cose e delle case, delle persone e della vista) che trova espressione piena e struggente solo nel canto e nella musica. La poesia come creazione di bellezza si nutre di sangue e sudore. Im torna a riflettere sull’essenza profonda dell’arte dopo Ebbro di donne e di pittura, rivendicando la priorità del momento emotivo rispetto a quello, peraltro fondamentale, dell’acquisizione della norma e della téchne. Perché la tecnica non deve mai imbrigliare e raffreddare l’incandescenza della passione, solo attraverso la quale sono possibili i movimenti e le rivoluzioni. E il classico si pone all’esatto punto di equilibrio, come nel cinema, di Im, dove rimane e si racconta solo il necessario, con una misura dei toni e un’economia dei mezzi incredibile. La chiarezza di sviluppi narrativi che si risolvono in rapidi istanti, aperture inaspettate all’oggi (le pietre che cadono dal cielo in Medio Oriente). Tutto ciò che sarebbe troppo complicato spiegare a parole viene mostrato e tutto ciò che sarebbe troppo lungo e superfluo raccontare per immagini viene condensato nei brevi secondi di una battuta. Maturare in fondo significa non tanto crescere, quanto perdere, spogliarsi del superfluo per giungere all’essenza, al cuore delle idee e dei sentimenti. E il cinema di Im, affinato dagli anni, arriva dritto al cuore.  

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