VENEZIA 64 - "Man from Planis", di Jonathan Demme (Orizzonti)
Il tour che ha portato l’ex Presidente Jimmy Carter a percorrere l’America per promuovere il suo libro sulla dura condizione di vita dei palestinesi diventa, nelle mani di Demme, una sinfonia di immagini che fonde passato e presente per inserirsi senza soluzione di continuità nella storia umana e politica del protagonista
C’è una verità da (ri)scoprire, un monito da lanciare a una società distratta e un uomo che, con abnegazione e coraggio, si batte per portarla avanti: è un tema in fondo già esplorato da Jonathan Demme nei suoi lungometraggi di finzione. Protagonisti in preda al rutilante turbinare degli eventi, smaniosi di trovare il proverbiale bandolo della matassa in un universo caotico ne abbiamo visti (e Demme ce ne ha fatti vedere) tanti, ma se la persona in questione è Jimmy Carter, 39esimo presidente degli Stati Uniti d’America e la verità da raccontare è la triste situazione del popolo palestinese, semisconosciuta ad una società civile americana per la maggior parte schierata al fianco dello stato d’Israele, la cosa si complica. Occorre che la perizia registica e la libertà stilistica che a Demme non è mai mancata si colori di verità. D’altronde, come lo stesso Carter ricorda, “Il vero pericolo è il montaggio” (in riferimento alla possibilità che una tv israeliana tagli una sua intervista per la messa in onda). All’interno di un documentario che condensa in due ore il lungo tour promozionale che Carter, partendo dalla sua città natale Planis, ha tenuto fra la fine del 2006 e l’inizio del 2007 per promuovere il suo libro “Palestine: Peace not Apartheid”, si intersecano inoltre i successi del passato (come l’accordo di pace che lo stesso Carter fece stringere a Camp David fra Israele e Egitto nel lontano 1978) e i momenti di vita privata che mirano a rivelare l’umanità del politico. Pertanto il viaggio dell’ex Presidente è raccontato da Demme come un unico e incessante fluire di immagini, che conferiscono al film una natura sinfonica, dove le didascalie (con l’indicazione di date e luoghi) si innestano naturalmente sui luoghi diventando parte del paesaggio e amplificano l’idea di un percorso che si inserisce senza soluzione di continuità nella storia (umana e politica) stessa del protagonista.
E’ come se Demme desse l’illusione di eliminare il “pericoloso” montaggio, abbattendo le pause nell'azione (l'unica è relativa al Consiglio dei Rabbini di Phoenix che ha chiesto di non essere ripreso) e trasmetta invece l’idea di un mondo dove le responsabilità, la fede e le azioni degli uomini sono intrecciate, il tutto in nome di una verità inseguita dal protagonista con forte abnegazione, ma con un perenne sorriso sulle labbra. Ciò che infatti maggiormente colpisce di Carter è la sua pacatezza mai urlata, che stride fortemente con il turbinoso caos dei media ai quali egli si offre con tranquillità, ma anche con fermezza, respingendo le accuse di antisemitismo (sulle quali le varie trasmissioni tv puntano maggiormente il dito, contestando soprattutto l’uso del termine “apartheid” nel libro) e spiegando le sue ragioni a chi spesso contesta le proprie tesi senza aver letto i suoi scritti. Per questo la questione palestinese si sposa anche con le altre battaglie di Carter, relative alla ricostruzione di New Orleans, al Darfur e alla politica energetica dell'amministrazione Bush: in questo senso il film diventa una ballata quasi western (condensando i due grandi filoni presentati alla mostra veneziana: il racconto della Frontiera e la denuncia della guerra) dove Carter è l’ultimo cowboy in cerca di un senso nel turbinare spesso violento del mondo, accompagnato da una splendida colonna sonora e dall’occhio affettuoso di un regista che crede in lui.
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