VENEZIA 64 - Mad Detective di Johhny To e Wai Ka-fai (Concorso)
Nel film di Johhny To e Wai Ka-fai è l’immagine “interiore” ad essere importante. Se il conflitto tra due metodi di indagine, quello “folle” dell’ispettore Bun e quello classico degli altri detective costituisce l’ossatura narrativa del film, il suo senso più profondo sta nelle immagini e nei momenti poetici che lo compongono, che lo attraversano di continuo. Mad Detective è un film di fantasmi, malinconico e senza fine
Uno specchio enorme in frantumi, tre cadaveri distesi sul pavimento e un uomo che continua a cambiare la posizione delle pistole nelle loro mani per tentare di offrire una spiegazione convincente della loro morte. È l’immagine finale di Mad Detective di Johnny To e Wai Ka-fai, film sorpresa della 64° Mostra di Venezia e ulteriore tassello di un percorso filmico tra i più originali e interessanti dell’ultima generazione di registi hongkonghesi. Nella sparatoria finale del film, gli specchi che ingannano e i vetri in frantumi sono un ovvio ed esplicito riferimento al molte volte citato finale wellesiano de La signora di Shanghai, ma la citazione serve qui come meccanismo inverso, separazione dal modello originale, a favore di un ripensamento personale del cinema, di uno sguardo alla ricerca di altre visioni. Visioni interiori, nascoste e invisibili a tutti. È questo il dono dell’ispettore Bun, capace di vedere i “demoni” nascosti nelle persone, incapace di vivere la propria vita se non attraverso uno sguardo che ne mette in mostra la follia, la crudeltà, la ferocia. Bun indaga non attraverso la logica, ma attraverso un particolare intuito che lo rende unico, totalmente folle agli occhi degli altri suoi colleghi. Un intuito che gli permette di vedere altrimenti, di vedere oltre, ultimo arrivato nella lista dei “Mad Detective” del cinema e della letteratura, dal Cooper twinpeaksiano al commissario Adamsberg dei romanzi di Fred Vargas. Se il conflitto e l’incrocio dei due metodi di indagine, quello “folle” di Bun e quello classico degli altri detective costituisce l’ossatura narrativa del film, il suo senso più profondo sta nelle immagini e nei momenti poetici che lo compongono, che lo attraversano di continuo. Mad Detective è un film di fantasmi, malinconico e senza fine. Quando Bun e il suo giovane partner cenano insieme, Bun parla con una sedia vuota, convinto che accanto a lui sia seduta sua moglie, ma il giovane collega non rinuncia a credere all’immagine invisibile della donna e cerca comunque di parlare con il vuoto (“ci provo” risponde ad uno scettico cameriere). Johnny To e Wai Ka-fai non demoliscono la forza destrutturante della visione folle e interiore di Bun ma la spingono fino al suo tragico destino di marginalità e incomprensione. Mad Detective è in questo senso un’elegia di un cinema che è visionario senza esserlo in apparenza, che mostra gli scarti e gli elementi non assimilabili in una logica (quella del detective movie) che ha come scopo quello di chiudere il cerchio. Il cerchio non si chiude, e il giovane detective, circondato da i innumerevoli frammenti di vetro tenterà (senza riuscirci) di ricomporre il quadro, spostando ossessivamente le pistole, in un gesto ripetuto e sospeso.
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